Vinitaly, Cotarella benedice il dream team di Donnachiara

Tra gli appuntamenti seguiti al Vinitaly non possiamo non segnalare la presentazione dei vini Donnachiara di Ilaria Petitto. Sessione degustativa estremamente interessante, coordinata dal giornalista Luciano Pignataro, e impreziosita dalla partecipazione di Alessandro Scorsone e dell’enologo Riccardo Cotarella, da un anno collaboratore dell’azienda, che lavora sui vini irpini dal lontano 1988.

Partenza in bianco, con l’anteprima della Falanghina “Resilienza” che sarà in commercio a partire da dicembre prossimo. Bel colore giallo paglierino chiaro e pulito con lievi sfumature verdi. Il naso è intensamente floreale, in bocca, invece, a colpire sono la freschezza, l’acidità e la piacevole nota minerale.

Spazio, dunque, al Fiano di Avellino 2014, prodotto con uve provenienti da Montefalcione e Lapio. Bel giallo Donnachiara 2paglierino, dal naso gradevolmente floreale, che si contraddistingue per una acidità che gli regala intriganti margini di maturazione.

Ultimo bianco in degustazione, il Greco di Tufo. Vino sapido e minerale, fresco e morbido che sorprende per persistenza. Belli i sentori di frutta esotica che sfumano in note dolcemente erbacee.

Giro di boa col primo vino rosso: Aglianico Doc 2013 prodotto con uve raccolte nel Comune di Torre le Nocelle. Rosso rubino intenso con riflessi granati. Bella la nota di tabacco fresco che si affianca al caratteristico frutto maturo e ad un tannino ben addomesticato. Un vino agile dal finale piacevolmente amaro.

Si sale di struttura con il Taurasi 2012. Vino dal colore rosso rubino impenetrabile tendente al granato. Gradevole la nota di ciliegia matura che lo caratterizza ma ad emergere è soprattutto l’acidità. Si tratta di un vino relativamente giovane che darà il meglio di sé tra qualche anno.

Infine, il Taurasi Riserva 2012. Nettare rosso rubino impenetrabile che regala marcate note di frutti rossi maturi. Vino equilibrato e pulito che, come il suo predecessore, è da considerarsi ancora giovane. Una scommessa già vinta per il futuro.

“Il respiro del vino”: un viaggio tra i profumi in compagnia di Luigi Moio

Un elemento vivo, in grado di crescere, maturare ed invecchiare bene. Capace di respirare. E’ questo il vino di cui si è parlato presso la Camera di Commercio di Avellino in occasione della presentazione del testo del professore Luigi Moio “Il respiro del vino”. Al tavolo dei relatori, oltre l’autore, c’erano il caporedattore de “Il Mattino” di Avellino, Generoso Picone, il presidente della Camera di Commercio, Oreste La Stella, il professore Luigi Frusciante, e il riferimento dell’Ais di Avellino, Annito Abate.

Si tratta di un libro scientifico, ma scritto con un linguaggio tale da renderlo fruibile anche per i non addetti ai lavori, dedicato ai profumi del vino e, più precisamente, alle molecole da cui hanno origine. E così viene fuori l’esistenza di vini solisti e vini orchestrali (il cui profumo è dato dall’equilibrio di più aromi), vini provenienti da aree enologiche straniere e vini legati all’Irpinia come Fiano, Greco, Falanghina e Aglianico. Insomma, un vero e proprio viaggio in cui il lettore, accompagnato per mano dal professore Moio, passa da una formula chimica ad un brano di vita vissuta seguendo tracce odorose che a tratti sembrano voler uscire dalla pagina.

A margine dell’incontro, Moio, dialogando con i giornalisti presenti, si è anche lanciato nell’analisi di quelle che sono le vicende politico-istituzionali che proprio in queste settimane si stanno sviluppando intorno all’argomento vino in Irpinia.
“Ai produttori della provincia di Avellino –ha chiarito-, per fare il salto di qualità, manca probabilmente la capacità di ragionare insieme e fissare un obiettivo comune da raggiungere”.

Un ruolo importante, evidenzia, “può e deve essere giocato dal consorzio, che, a mio avviso, deve essere unico e in grado di mettere insieme tutti i produttori“. Probabilmente è proprio qui la differenza tra un Paese come l’Italia e la Francia. “Non siamo assolutamente secondi ai francesi –spiega Moio- ma loro sentono di più il territorio, fanno gioco di squadra, si ritengono tessere di uno stesso puzzle”.

Non è mancato un passaggio sul corso di laurea in Enologia e Viticultura di Avellino: “E’ un corso –sottolinea- che io ed altri docenti abbiamo voluto fortemente fosse istituito in Irpinia. Nei nostri sogni, però, deve avere la capacità di attrarre certamente studenti irpini, ma anche studenti provenienti da altre regioni d’Italia e da nazioni straniere”. Per Moio, infatti, “questo elemento consegnerebbe un valore maggiore alle nostre produzioni” in quanto “chi studia l’enologia in Irpinia studia, inevitabilmente, il Fiano, il Greco e il Taurasi e questo –conclude- significa rafforzare la produzione locale”.

Ad ascoltare le sue parole, una sala gremita composta sia da curiosi che da addetti ai lavori. Molti anche i produttori presenti, da Piero Mastroberardino ad Antonio Caggiano passando per Stefano Di Marzo e Milena Pepe.

Interessante l’intervento del professore Frusciante che, attraverso un confronto tra il testo di Moio e quello di Mario Soldati “Vino al vino” ha messo in evidenza gli enormi passi avanti compiuti dall’enologia italiana negli ultimi decenni.

Da segnalare, infine, la comunicazione di La Stella che, dopo aver parlato del lavoro svolto in queste ore dall’ente camerale per l’organizzazione del Vinitaly, ha annunciato per la fine del mese un incontro con tutti i produttori proprio finalizzato all’allestimento dello stand irpino in quella sede.

Il Riesling di Albert Mann, il Barolo di Viberti, l’azienda Atlantis: appunti di una giornata romana

E’ stata una degustazione davvero interessante e ricca di sorprese quella organizzata dalla Tre Archi presso l’hotel Radisson Blu di Roma intitolata “I piaceri della vite“.

Tante aziende, molte provenienti dalle più prestigiose aree enologiche della Francia, hanno proposto i cavalli di razza della propria produzione incontrando il favore diffuso degli addetti ai lavori.

Abbiamo provato decine di vini e parlato con altrettanti produttori. Tra questi, non possiamo non citare l’unico irpino presente: Stefano Di Marzo, titolare dell’azienda Torricino di Tufo, che già da anni gode di un’ottima fama soprattutto, va senza dire, per i Greco di Tufo che produce.

Ovviamente, parlare in maniera approfondita di tutti i vini assaggiati è impossibile, almeno in questa sede, perciò ci limiteremo ad elencare quelli che ci sono piaciuti di più, e spenderemo qualche parola aggiuntiva su un bianco, un rosso e una cantina che ci hanno trasmesso un’emozione particolare.

Partiamo ovviamente dalla Francia per mettere in evidenza lo Chateauneuf du Pape rougeClos des Papes” 2013, lo Chablis 2015 di Domaine Des Malandes, il Corton Charlemagne Grand Cru 2011 del Domaine Maurice Chapuis, e, in blocco, i dolcissimi nettari proposti da Domaine Des Schistes. Notevoli, però, anche gli italiani, con il Gattinara “Cesare” 2011 di Anzivino, il Friulano 2015 di Michele Blazic, il Barbaresco 2013 di Moccagatta e il Gavi 2015 di Fontanassa.

Quanto ai nostri campioni, invece, cominciamo con il bianco. E’ senza dubbio il Riesling Rosemberg di Albert Mann proveniente dall’Alsazia. Dalla magnifica magnum del 2004 è uscito un liquido color giallo paglierino vivace tendente all’oro. Al naso una lieve nota floreale, agrumi e, soprattutto, un sentore marcato di gomma. In bocca, invece, spicca la mineralità che cede lentamente il posto ad un bel frutto maturo. Notevole la freschezza, soprattutto se si considera che ha più di un decennio. Davvero un grande vino, armonico, che berremmo volentieri accompagnando una ricca grigliata di pesce.

Venendo al rosso, accendiamo i riflettori sul Barolo “San Pietro” Riserva 2010 dell’azienda Viberti. Un vino sicuramente ancora giovane per dare il meglio ma che dimostra enormi potenzialità. Il colore rosso rubino intenso tendente al granato gli consegna un’aria aristocratica. Al naso regala note speziate, ma anche stoccate decise di frutti di bosco piuttosto maturi che si ritrovano in maniera altrettanto marcata in bocca. Buone l’acidità e la persistenza. Un vino interessante che dimostra tutta la sua originalità soprattutto se degustato (così com’è capitato a noi) insieme agli altri Barolo di casa Viberti. Sentiamo di poterci puntare su per il futuro.

Infine, il momento dell’azienda. Non era certamente la più vistosa, né quella che ha proposto più prodotti, ma ha colpito l’intera truppa avellinese (composta da me, Luigi Garofalo, Gerardino Garofalo, Carlo Landolfo e Davide Lombardi) per la serietà e la determinazione con cui porta avanti il proprio lavoro: si tratta dell’azienda sarda Atlantis, realtà a conduzione familiare sita nel paese di Berchidda (nella Gallura). Due i vini presentati. Il primo è il “Crizia” 2014, Vermentino di Gallura Docg. Definirlo interessante è poco: ovviamente non spicca per acidità, ma regala bellissime emozioni con il suo frutto maturo e una notevole freschezza che si coniuga bene con i suoi 13,5 gradi alcolici. Buona la persistenza.

L’altro vino è il rosso Maju, strepitoso taglio bordolese composto per il 50% da Merlot, per il 25% da Cabernet Sauvignon e per il restante 25% da Syrah. Senza ombra di dubbio è il Syrah a regalare quella nota speziata che, aggiunta al frutto maturo di base lo rende intrigante. Un vino sorprendente, di buona struttura, che regala una bella sensazione dolce all’ingresso in bocca. A nostro avviso merita grande fortuna!

A Capodanno, un brindisi col Prosecco Brut di Lorenzon

Cosa caratterizza le festività natalizie quasi più di Babbo Natale, dell’albero addobbato, del presepe e dei regali? Ma certo, il cibo! E cosa consente al cibo di andare giù in quantitativi che farebbero svenire un elefante? Ancora certo: il vino che lo accompagna come un bel cavaliere la sua dama.

Ebbene, le grandi abbuffate del 24, 25 e 26 dicembre ce le siamo messe faticosamente alle spalle, ma già siamo proiettati, con il cuore e con lo stomaco, verso l’appuntamento del 31 dicembre: il veglione di Capodanno.
Ho chiesto a Gerardino di individuare un vino da proporre per l’occasione e, senza pensarci nemmeno un secondo, ha esclamato: «Qui servono assolutamente le bollicine!».

Mentre a lui è toccato il compito di decidere quale bottiglia aprire, a me è toccato quello di trovare un ospite che potesse reggere lo spumeggiare del vino in questione. Non ci ho messo moltissimo: la scelta è caduta sul giornalista enogastronomico de «Il Mattino» (nonché mio carissimo amico e compagno di colazioni mattutine), Annibale Discepolo.

Il giorno prestabilito, reduce da un’influenza che sembra aver risparmiato ben pochi avellinesi, arrivo all’enoteca Garofalo e trovo Gerardino che sistema sugli scaffali alcune bottiglie di Nebbiolo appena arrivate. Ci salutiamo e, dopo le rituali domande sul come procedono le feste, iniziamo a scambiare qualche parola sul vino che stiamo per assaggiare.

Abbiamo solo pochi minuti: alle 18.30 in punto, infatti, fa la sua comparsa sull’uscio un infreddolito ma sorridentissimo Annibale.

Annibale soloArchiviata in tempi brevi la pratica delle presentazioni, io e Annibale prendiamo posto al tavolo, mentre Gerardino recupera una bottiglia di colore nero dal frigorifero e tre calici che già attendevano sul bancone.
Gerardino calici

«Oggi -dice avvicinandosi- brinderemo con un Prosecco Doc Brut di Lorenzon, targato “I feudi di Romans”. Si tratta di una realtà friulana estremamente interessante che produce spumanti con diverse tipologie di uvaggi. Questo che stiamo per bere è Glera al 100%».

Annibale sembra incuriosito, e, come me, attende che Gerardino apra la bottiglia per lanciarsi nella degustazione.
Via la capsula e la gabbietta, quindi uno strattone deciso e il tappo schizza via accompagnato da un potente botto.
DoppiaAvvicino i calici a Gerardino che provvede a riempirli di un liquido di colore giallo paglierino scarico con riflessi tendenti al verde. La schiuma prodotta a contatto con il bicchiere è densa, ma va via immediatamente per lasciare il posto ad un perlage delicato ma persistente.

«Lo spumante -attacca Gerardino, mentre osserva il bicchiere- è notoriamente il vino delle feste e questo mi sembra ottimo per il brindisi di Capodanno».

Annibale bicchiereAnnibale, che nel frattempo è già passato alla degustazione, però, aggiunge che «questo in particolare potrebbe accompagnare magnificamente un intero pranzo a base di pesce».

Tale considerazione spinge anche me e Gerardino a passare all’assaggio, ma non prima di aver infilato il naso nel calice. I profumi che emergono sono delicatamente floreali, anche se a spiccare è un nitido aroma di mela verde.

In bocca si mostra deciso, ma non ruvido. Anzi, sorprende la sua delicatezza. «Lo trovo equilibrato -dice Annibale- ed estremamente gradevole. Sarei curioso di provarlo con qualche piatto di pesce, ad esempio con un’ombrina al miele, ma credo che possa regalare emozioni anche con le carni bianche».

Gerardino condivide le sue parole e ci racconta che lo propone spesso ai clienti dell’enoteca, sia come aperitivo che come vino da pasto soprattutto per accompagnare i carpacci. «Riscuote un buon successo -sottolinea- e ho notato che piace molto alle donne che evidentemente ne apprezzano la delicatezza».

Gerardino bottigliaContinuiamo a chiacchierare amabilmente del vino e a sorseggiarlo in compagnia di qualche tarallino. Gerardino, all’improvviso, ci dice di avere in frigo anche altre tipologie di spumante della stessa azienda e che sarebbe interessante confrontarle. Perciò, si alza e si dirige verso il bancone per tornare con un Pinot Bianco, un Moscato e qualche calice pulito.

Io e Annibale non ci facciamo pregare e ci lanciamo nella nuova degustazione avanzando paragoni ed esprimendo considerazioni sui diversi uvaggi e coì andiamo avanti per circa mezzora.

Io e Annibale 3 bottiglieMolto sinteticamente, vi dico che abbiamo apprezzato la qualità dei vini assaggiati, ma evito di entrare nel merito. D’altro canto, ogni bottiglia è una storia a sé e ogni storia merita il suo racconto. E questo racconto ha già il suo protagonista…

 

 

SCHEDA
VINO: Prosecco Brut
VITIGNO: Glera 100%
AZIENDA: Lorenzon – I Feudi di Romans
GRADAZIONE ALCOLICA: 11,5%
FASCIA DI PREZZO: 10 – 14 euro

Dorilli di Planeta, la delicatezza del Cerasuolo per il pranzo di Natale

Dopo avervi proposto un bianco per accompagnare le pietanze a base di pesce che certamente faranno la propria comparsa sulle vostre tavole per l’imminente cenone natalizio, noi di DiVini Racconti, che siamo sensibili alle grandi abbuffate, non potevamo esimerci dal proporvi un buon vino per il pranzo del 25 dicembre.

Così, ho telefonato a Gerardino chiedendogli la cortesia di individuare un nettare che, oltre a star bene sui tipici piatti del Natale, potesse anche risultare gradevole alla più ampia fascia di persone possibile.
Sapendo che è impegnatissimo in questo periodo, ho temuto qualche rispostaccia e invece non si è scomposto e mi ha dato appuntamento per l’indomani all’enoteca Garofalo.

***

All’orario prestabilito, imbacuccato che sembro un calamaro imbottito per difendermi dal freddo, scendo di casa e mi avvio rapidamente verso corso Europa. Ho fretta perché ho dato appuntamento ad una cara amica che ci accompagnerà, in qualità di ospite d’onore, in questa puntata e sono un tantino in ritardo.
Fortunatamente, riesco ad arrivare prima di lei, anche se solo di pochi minuti. Si tratta della collega giornalista Titti Festa, volto televisivo arcinoto, negli ambienti sportivi ma non solo, della provincia di Avellino.
Ci salutiamo e ci mettiamo a chiacchierare in attesa che arrivi Gerardino, che per l’occasione è più in ritardo di me. Arriva a strettissimo giro, scusandosi: «Ho trascorso gli ultimi 20 minuti bloccato nel traffico». Dopo di che, tira fuori le chiavi ed apre il locale.

Io e Titti ingressoIo e Titti, liberatici dei sciarpe e giacconi, ci accomodiamo ad un tavolo, Gerardino, invece, dopo aver acceso le luci e armeggiato con qualcosa dietro il bancone, prende tre calici e una scodella piena di salamini e li porta al tavolo.

«Il vino che proveremo oggi -dice- è un vino siciliano: il Cerasuolo di Vittoria Classico. E’ l’unica Docg dell’isola ed è composto, abitualmente, da una percentuale di Nero d’Avola e una di Frappato».
Io e Titti ci guardiamo incuriositi, mentre Gerardino va a prendere la bottiglia: è il Dorilli prodotto da Planeta, una delle aziende più conosciute e rinomate di Sicilia, ma possiamo tranquillamente dire d’Italia.

Gerardino calici«Ho scelto il Dorilli -ci spiega- perché pur essendo un vino di corpo, non è pesante e si lascia bere facilmente. D’altronde, se è vero che il pranzo di Natale è abitualmente composto da pietanze di una certa consistenza, lasagne o, comunque, ragù importanti, è altrettanto vero che si è reduci dalle grandi bevute della sera del 24, per cui è meglio evitare vini troppo strutturati».
Approvo la scelta e attendo che Gerardino avvii e concluda l’operazione dello stappamento della bottiglia. Lo osservo portarsi il tappo al naso e accolgo con piacere il suo «ottimo» quasi sussurrato.
Quindi vengono riempiti i calici di un liquido rosso rubino scarico, «un colore -ammette Gerardino- che ricorda in qualche modo quello dei pinot neri di Borgogna».

Tripla GarofaloArchiviati i preliminari, passiamo al brindisi e, quindi, alla degustazione. Facciamo roteare i calici, consentendo al vino di tirare fuori tutti i suoi aromi, e li portiamo al naso: emergono chiaramente sentori di frutta rossa matura, amarena in particolare, ma anche di sottobosco. «Inoltre -sottolinea Gerardino-, non può essere ignorata una chiara componente speziata e qualcosa che ricorda leggermente l’arancia candita». In bocca, invece, «c’è una buona sapidità, mentre la tannicità è appena sfumata».

Gerardino bicchierePersonalmente, avverto anche una discreta acidità che rende questo rosso siciliano molto meno aggressivo di quelli che siamo abituati a conoscere.
Chiedo a Titti cosa ne pensa. «Innanzitutto -dice- questo vino mi è piaciuto molto. Non è pesante e in bocca risulta davvero gradevole, con quel retrogusto che mi ricorda molto la fragola».

Titti ci spiega che a casa sua il 25 dicembre si mangia lasagna, ma non una qualsiasi, «quella di zia Anna che ha una qualità eccezionale: è saporitissima, ma non pesante». Secondo lei, il Dorilli su quella lasagna lì ci starebbe molto bene e non esclude di proporre l’abbinamento ai commensali che, in genere, si scaldano cuore e stomaco con i rossi irpini.

Titti bicchiereMa i vini, si sa, non nascono per una sola occasione, nemmeno se questa è il Natale, per cui chiedo a Gerardino quale sia la pietanza con cui il Dorilli si sposa meglio. «A mio avviso -dice- è fantastico con gli arancini rossi, quelli tipici siciliani, ma lo sorseggio volentieri anche con formaggi di media stagionatura e affettati, o con i ravioli di ricotta».

Dunque, gli domando se è molto richiesto in enoteca. «Non moltissimo -ammette – perché poco conosciuto da queste parti. Tuttavia, io lo propongo spesso. All’inizio sembrano tutti un po’ diffidenti, perché pensano al classico vino siciliano robusto, ma quando lo provano restano sorpresi favorevolmente».

E sorpresi favorevolmente, in verità, siamo rimasti anche io e Titti. Tant’è che prima di sciogliere la seduta e andare via, sentiamo la necessità di complimentarci con Gerardino. Quindi, solleviamo i calici per un ultimo brindisi e ne approfittiamo per augurare a tutti voi: «Buon Natale!».

SCHEDA
VINO: Dorilli, 2013
VITIGNO: Nero d’Avola 70% –  Frappato 30%
AZIENDA: Planeta
GRADAZIONE ALCOLICA: 13%
FASCIA DI PREZZO: 14 –  20 euro

Un Natale col Greco “Vigna Cicogna” di Ferrara (e un ospite speciale)

Ebbene sì, amici di DiVini Racconti, il Natale è alle porte e noi ci siamo fatti avvolgere dall’atmosfera allegra e frizzante che lo accompagna. Così, per l’appuntamento di questa settimana, abbiamo deciso di proporvi qualcosa di buono con cui innaffiare le pietanze del cenone.

La tradizione vuole che si mangi pesce ed il sodalizio pesce-vino bianco è addirittura scontato. E chi siamo noi per mettere fine ad un sodalizio di tal fatta? Assolutamente nessuno, per cui non ci proveremo neanche.

***

La giornata non è freddissima, anche se c’è un’umidità che penetra nelle ossa. Percorro le strade di Avellino per raggiungere l’enoteca Garofalo buttando un occhio alle vetrine dei negozi addobbate di luci e festoni mentre mi domando cosa avrà escogitato Gerardino. Si tratta della puntata natalizia per cui mi aspetto una bella sorpresa. D’altro canto, ho pensato di farne anche io una a lui: porterò un ospite all’appuntamento. Si tratta del mio vecchio amico, oggi direttore generale della società calcistica U.S. Avellino, Massimiliano Taccone.
Ci siamo sentiti in mattinata al telefono e mi ha dato conferma: «Alle 18.15 sarò lì».

***

Arrivo in enoteca e trovo Gerardino alle prese con qualche addobbo per il locale. Lo saluto e gli dico dell’imminente arrivo di Massimiliano.
Mostra apprezzamento per la scelta dell’ospite e, mentre lo aspettiamo, approfitta per anticiparmi il vino che berremo: «Ho optato per il Greco di Tufo “Vigna Cicogna” della cantina Benito Ferrara, una realtà storica tufese, molto apprezzata sia a livello locale che internazionale».
Ne sono felice perché, come noto, sono originario di quella zona. Ma scopro che anche la famiglia Garofalo ha un legame strettissimo con il paesino della bassa valle del Sabato, tant’è che Gerardino mi spiega che la scelta del Greco vuole essere «un omaggio natalizio a Tufo e ai tufesi».

Chiacchieriamo del più e del meno per un po’, fino a quando le lancette dell’orologio si dispongono a segnare le 18.15. Puntuale come un pullman appena accendi la sigaretta, sulla porta d’ingresso del locale spunta Massimiliano.
Dopo i saluti e le presentazioni, io e Massimiliano prendiamo posto al tavolo, mentre Gerardino si dirige verso il bancone per recuperare tre calici e la bottiglia messa precedentemente in fresco.

garofalo doppia

«Il Greco -comincia- è un vitigno antichissimo, introdotto in Campania già nel I secolo. Particolarmente noto nell’area vesuviana, la sua storia si intreccia con quella della città di Pompei». Gerardino aggiunge che «proprio muovendo da quella zona, nei secoli successivi, il Greco ha raggiunto Tufo e i paesi limitrofi per trasformarsi, grazie soprattutto ad un terreno ricco di zolfo, nello strepitoso vino che oggi tutti conosciamo».
Chiusa questa parentesi, prende il cavatappi e dà inizio al solito rituale dello stappamento della bottiglia. Quindi provvede a riempire i calici con un liquido giallo paglierino tendente al dorato, striato da delicatissime venature verdi.

Garofalo-Wine-Taccone-Massimiliano
Ad impressionare, però, più che il colore è l’odore che si percepisce già a distanza.
«Ci sento fiori bianchi -dice Gerardino, dopo aver portato il bicchiere al naso-, ma anche sentori netti di pesca gialla matura e albicocca».
In bocca, invece, «emergono sapidità e mineralità: elementi che insieme al fruttato di base danno vita ad un vino davvero eccezionale».
Concordo con la descrizione fatta da Gerardino e penso che questo vino potrà regalare emozioni anche tra diversi anni, essendo il Greco un bianco che regge benissimo l’invecchiamento. Quindi mi rivolgo a Massimiliano per chiedergli un giudizio.

MASSIMO PARLA«A colpirmi -dice- è il profumo, intenso e gradevole, che rimane intatto anche con il trascorrere dei minuti». Venendo al sapore: «Lo trovo deciso ma non pesante. Sicuramente non lo berrei come aperitivo, ma sui crostacei credo sia imbattibile».
L’ultima frase mi porta a chiedere a Gerardino quali siano gli abbinamenti migliori per il “Vigna Cicogna“. «Sui tipici piatti del Cenone di Natale -afferma- ci sta a meraviglia: frutti di mare, crostacei, pesce al forno e fritture. Tuttavia, vi invito a provarlo qualche volta con un risotto ai funghi: è davvero fantastico».

IO E MASSIMOMi permetto di aggiungere che mi sembra adatto anche ad accompagnare qualche dolce secco, come biscotti e cantuccini. Gerardino annuisce e mi racconta un aneddoto legato all’attività storica della sua famiglia che è quella della produzione di torroni: «Quando, nel corso delle festività, allestivamo un punto vendita lungo le strade di Tufo, capitava spesso che qualcuno si avvicinasse con un bicchiere di Greco in mano e lo gustasse accompagnando i nostri biscotti».
La chiacchierata prosegue piacevolmente per un po’ e qualche riferimento al mondo del calcio, vista la presenza di Massimiliano, è d’obbligo. Preferisco evitare ragionamenti troppo complessi sulla materia (che per altro non conosco), per cui mi limito a chiedere a Massimiliano: «Festeggeresti una bella vittoria dell’Avellino con questo Vigna Cicogna?».

BUONA MANOMassimo non sembra avere dubbi: «Certo, anzi, vi prometto che alla prossima vittoria importante, vengo qui dopo la partita e ne stappiamo una». Quindi allunga la mano verso Gerardino che, sorridendo, la stringe a sancire il patto. Decido di farmi garante dell’accordo e sollevo in alto il calice. Gerardino e Massimiliano mi seguono facendo partire un brindisi, mentre il pensiero già vola a quelli che partiranno la sera del 24 dicembre…

SCHEDA

VINO: Greco di Tufo Vigna Cicogna, 2015
VITIGNO: Greco 100%
AZIENDA: Benito Ferrara
GRADAZIONE ALCOLICA: 13%
FASCIA DI PREZZO: 17 – 23 euro

Il mito Chianti Classico: Rocca delle Macìe incanta Avellino

L’appuntamento di questa settimana è davvero speciale e merita un cappello introduttivo. A DiVini Racconti, infatti, approda un mito, il Chianti Classico, e lo fa in tutte le sue versioni: Annata, Riserva e Gran Selezione.
L’occasione è offerta dalla serata degustazione dedicata ai vini di Rocca delle Macìe che si è svolta presso l’enoteca Garofalo. Serata ricca di emozioni che ha visto la partecipazione di Giulia Zingarelli, che insieme ai genitori e al fratello gestisce l’azienda di Castellina in Chianti, e di un volto avellinese notissimo, quello di Luigi Landolfo, meglio conosciuto come “Gigino della vineria” per avere gestito la prima vineria moderna sorta nel centro storico cittadino, aprendo così la strada a quanti sono venuti dopo.

Insomma, il format della rubrica è un po’ diverso dal solito, ma sia io che Gerardino siamo certi che ne sia valsa la pena.

***

La degustazione è fissata per le 20.30, ma arrivo in enoteca con un’ora di anticipo per incontrare Giulia e farmi raccontare qualcosa sulla sua azienda.
La trovo davanti all’ingresso che chiacchiera con Gigino. Mi avvicino e, attraverso le vetrate alle sue spalle, scorgo Gerardino all’interno del locale che, insieme al padre, Luigi, e alla madre, Adriana, completa l’allestimento della sala per l’evento.
Archiviata rapidamente la pratica delle presentazioni, entriamo e ci dirigiamo verso il bancone. Giulia resta in piedi, io mi accomodo e tiro fuori il taccuino per prendere qualche appunto.
La prima cosa che le chiedo è: «Quando e come è nata l’esperienza di Rocca delle Macìe?».
«Tutto ha inizio nel 1973 -risponde- quando mio nonno, Italo Zingarelli, dopo essersi affermato nel mondo del cinema come produttore e regista (tra gli altri ha prodotto i classici di Bud Spencer e Terence Hill “Lo chiamavano Trinità” e “…continuavano a chiamarlo Trinità“, nda.), decide di avviare un’attività in cui impegnare anche i figli. Così, da Roma si reca in Toscana e acquista il borgo de Le Macìe, nella zona del Chianti Classico».

DAR 4277 Vineria Garofalo Rocca delle MacìeLa prima bottiglia viene prodotta nel 1975 e da lì, grazie soprattutto al lavoro del padre di Giulia, Sergio, che, per altro, da 4 anni guida il consorzio del Gallo Nero, prende il via un’avventura che ha portato l’azienda a crescere in maniera esponenziale.
«All’inizio -dice Giulia, mentre si avvicina anche Gerardino- c’era un solo ettaro vitato. Oggi, con l’acquisizione di altre tenute, contiamo 220 ettari solo di vigneti che, insieme alle uve acquistate da piccoli conferitori della zona, ci consentono di produrre 3milioni e 800mila bottiglie ogni anno». DAR 4279 Vineria Garofalo Rocca delle Macìe

I numeri sono notevoli e riguardano una produzione di vini assolutamente variegata. Tuttavia, è il Chianti Classico a rappresentare il cuore e l’anima dell’azienda, per cui, con grande curiosità, ci apprestiamo ad assaggiarne quattro differenti espressioni.
Mentre parliamo, Giulia inizia a stappare le bottiglie per farle respirare un po’ prima della degustazione. «Il primo vino che presenterò -dice- è un Chianti Classico base del 2014, composto per il 95% da Sangiovese e per il restante 5% da Merlot. La 2014 è stata un’annata difficile che ha spinto molte aziende a non produrre vini top di gamma. Noi, però, forti di un grande lavoro svolto in vigna siamo riusciti a mantenere alti gli standard qualitativi e a non saltare la produzione».
Il secondo vino è una riserva 2013: «Per disciplinare -spiega Giulia- la riserva riposa almeno 24 mesi prima di entrare in commercio. La nostra resta quasi tutto il tempo in botti grandi di rovere francese e poi passa alla bottiglia. Il blend è formato da Sangiovese all’85%, Merlot al 5% e c’è anche un 10% di Cabernet Sauvignon».DAR 4284 Vineria Garofalo Rocca delle Macìe
Quindi il terzo vino: Riserva di Fizzano Gran Selezione 2013. «E’ un’anteprima -afferma Giulia-. Il Gran Selezione, infatti, affina almeno 30 mesi e il 2013 non è ancora in commercio. Questo vino, composto per il 95% da Sangiovese e per il restante 5% da Merlot, riposa in grandi botti di rovere francese, anche se una piccola parte di Sangiovese fa un passaggio in barrique prima di formare il blend».
Il quarto e ultimo vino è un vero e proprio omaggio: una bottiglia magnum di Riserva di Fizzano 2008. «E’ il vino -dice Giulia- la cui evoluzione ha portato, a partire dal 2013, alla nascita della Gran Selezione».

Mentre parliamo, iniziano ad entrare gli avventori che vengono indirizzati da Gerardino e Gigino ai propri posti. Molti sono in gruppo, per cui si crea immediatamente un’atmosfera informale e scanzonata, tant’è che per dare inizio alla degustazione, Gigino è costretto a richiamare l’attenzione di tutti facendo vibrare il calice che ha in mano.Garofalo Rocca delle Macie
Giulia, dopo essere stata presentata da Gerardino, prende la parola e racconta, brevemente, la storia di famiglia. Quindi dà il via agli assaggi che nel corso della serata saranno accompagnati da un succulento buffet fatto di rustici, timballi, focacce e stuzzichini vari, senza dimenticare la sontuosa zuppa di fagioli della signora Adriana, giunta insieme al Chianti Riserva, e il finale a base di gustosi dolcetti tipici di casa Garofalo.

Gerardino, tra una mescita e l’altra, riesce a ritagliarsi qualche momento per assaggiare i vini e nota subito che tutti, nessuno escluso, sono caratterizzati da una notevole acidità, che decresce gradualmente dal primo al quarto.DAR 4336 Vineria Garofalo Rocca delle Macìe
Il Chianti Classico annata, infatti, al naso presenta i sentori tipici della frutta fresca ancora poco matura, e in bocca ripropone la stessa sensazione. «Complici le difficoltà incontrate nel 2014 -spiega Giulia- non è un vino molto longevo, ed è destinato a conservare la sua spiccata acidità».
Il Riserva è decisamente più morbido. Si cresce in termini di struttura e sia al naso che in bocca i sentori sono quelli della frutta rossa matura. Sentori che si amplificano con il Riserva di Fizzano Gran Selezione che, benché ancora troppo giovane per esprimersi al meglio, è già in grado di fare la sua parte a tavola allietando i commensali con le sue note di amarena sotto spirito.

La sorpresa finale, rappresentata dalla magnum di Riserva di Fizzano 2008, si dimostra tale anche in termini di odori e sapori. La degusto con Gerardino e suo padre, mentre Giulia è impegnata a saltellare da un tavolo all’altro per spiegarne le caratteristiche. Ai classici sentori di frutta rossa, si aggiungono distintamente il pepe nero, l’affumicato e un sentore di gomma che, con il passare dei minuti tende ad affievolirsi. In bocca dimostra una straordinaria complessità e un’acidità che sembra voler dire: questo vino avrà molte cose da raccontare anche nei prossimi anni.

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E così, tra un sorso e l’altro, una battuta e un aneddoto sul vino, siamo giunti alla fine della serata. Un vero e proprio viaggio nel Chianti Classico che ha lasciato tutti soddisfatti e desiderosi sia di ripetere l’esperienza che di saperne di più.

Prima dei saluti, però, chiedo a Giulia di raccontarmi una curiosità sulla sua azienda. Ci pensa qualche minuto, poi, sorridente, mi dice che suo nonno aveva una grande passione per i cavalli e che spesso si recava all’ippodromo di San Siro portandosi dietro anche lei. Si ferma un istante a fare mente locale, poi riprende di slancio: «Senza entrare nel dettaglio -dice- il fatto è che ad un cavallo da trotto è stato dato il nome di Rocca delle Macìe». Sinceramente non me l’aspettavo, per cui l’unica domanda che, su due piedi, mi viene in mente è: «Ma era un buon cavallo?».
Giulia risponde: «Sì, molto buono!», ma in tutta sincerità, sulla qualità del cavallo, a differenza di quella del vino, non siamo pronti a giurare.