“Sine Nomine”: il bel Salice Salentino di Torrevento

L’universo vino, lo abbiamo imparato ormai, è vastissimo. Tra vitigni, stili di vinificazione, terroir e quant’altro, il rischio di fare confusione è davvero elevato. Così come è elevato il rischio di affibbiare generiche etichette poco lusinghiere a vini che, al contrario, hanno enormi potenzialità.

Qualche giorno fa ho incontrato un amico e ci siamo messi a chiacchierare. A un certo punto, ha iniziato a dire peste e corna di un Salice Salentino che aveva bevuto un paio di giorni prima.

Al netto del sapore che potesse avere quella bevanda, la cosa che proprio non ho digerito è stata l’espressione utilizzata: «Il Salice Salentino -ha detto- è tremendo, davvero imbevibile». Un giudizio definitivo, che non lascia spazio ad appelli.

Gli ho spiegato che tra vini di una stessa denominazione ci può essere un abisso e che, probabilmente, ha avuto solo la sfortuna di beccare una bottiglia scadente, tuttavia, malgrado i miei sforzi, alla fine non mi è parso troppo convinto.

Di qui, l’idea di chiedere al buon Gerardino, in occasione del nostro assaggio settimanale, di individuare un buon Salice Salentino. La risposta, come sempre, è stata affermativa.

***

Complice il ritorno del bel tempo, esco di casa con netto anticipo rispetto al solito per cui giungo all’enoteca Garofalo che Gerardino sta ancora armeggiando con la serratura. Mi saluta un po’ perplesso per la sospetta puntualità, quindi, aperta la porta, mi invita ad entrare nel locale.

Lui va ad accendere luci e riscaldamento e inizia a mettere un po’ in ordine, io, invece, mi tolgo il giaccone e prendo posto al tavolo che dà sulla vetrata d’ingresso.

Gerardino calici«Come stabilito nei giorni scorsi -dice Gerardino dirigendosi verso il bancone- oggi berremo Salice Salentino. Nello scaffale ho trovato una bottiglia davvero interessante: è il “Sine NomineRosso Riserva Doc dell’azienda Torrevento, bella realtà produttiva con sede a Corato, in provincia di Bari».

Ho pensato molto a questa degustazione per cui la curiosità mi assale. Senza dire una parola, guardo Gerardino che, dopo aver recuperato la bottiglia e un paio di calici, si avvicina sorridente. «E’ un vino piuttosto maturo -riprende- considerato che parliamo dell’annata 2005. Ma vini del genere, quando sono ben lavorati, a distanza di anni danno il meglio».

Ne sono convinto anche io perciò mi aspetto grandi cose dalla degustazione.

Gerardino tappoGerardino stappa la bottiglia e annusa il tappo. Lo fa per qualche secondo in più del solito, la qual cosa mi fa temere il peggio. E invece no. «Credo che lo abbiamo aperto proprio al culmine della sua maturazione -dice soddisfatto-, e sono certo che assaggiandolo ne avremo la conferma».

Meglio così, penso io, mentre un liquido di colore rosso rubino intenso, con lievi sfumature aranciate, inizia a riempire il calice.

Lo osservo con attenzione, quindi faccio roteare il bicchiere prima di infilarci il naso dentro. L’odore è strepitoso: frutta rossa matura, amarena, confettura di ciliegia e una leggerissima nota mielata. In bocca è vellutato, morbido, ancora dotato di una certa acidità che mitiga quell’esplosione di frutta matura e addolcisce un grado alcolico non pesantissimo, ma consistente (13,5%). Insomma, davvero un vino notevole.

«A me piace tantissimo il Salice Salentino Rosso -dice Gerardino- e devo dire che quando lo propongo ai clienti in enoteca riscuote sempre un buon successo. E pensare che le uve pugliesi in passato venivano per lo più utilizzate per tagliare i vini del Nord Italia, ma anche francesi, ritenuti più pregiati».

BottigliaGli chiedo quali siano gli abbinamenti migliori. «E’ perfetto -afferma- con la pasta asciutta, i formaggi di media e lunga stagionatura, la selvaggina, ma io lo proporrei anche sulle carni cotte al forno, soprattutto l’agnello».

A questo punto inizia un ragionamento relativo alla sottovalutazione di determinati vini, mentre, ad intervalli regolari, continuiamo ad annusare ed assaggiare il “Sine Nomine“. Col trascorrere dei minuti si apre meravigliosamente e gli odori, in pima battuta leggermente aggressivi, acquistano nobiltà ed eleganza.

Io bottiglia

Andiamo avanti per una mezzoretta a chiacchierare, finché non decretiamo la fine della degustazione. Mi infilo il giaccone e stringo la mano a Gerardino dandogli appuntamento alla prossima settimana, quindi esco dal locale. L’aria fredda mi investe riportandomi al mondo reale mentre, lentamente, mi avvio verso casa percorrendo il corso di Avellino. La Puglia, penso tra me, è proprio una terra meravigliosa e i suoi vini non hanno nulla da invidiare a quelli ben più blasonati prodotti nelle regioni del Nord. Davvero nulla.

SCHEDA

VINO: Sine Nomine, 2005
VITIGNO: Negramaro 90% Malvasia Nera 10%
AZIENDA: Torrevento (Corato – Ba)
GRADAZIONE ALCOLICA: 13,5%
FASCIA DI PREZZO: 9 – 14 euro

Barbera Superiore del Monferrato: un’emozione dal Castello di Uviglie

La neve ha finalmente abbandonato Avellino e il colore bianco ha smesso di caratterizzarne le strade. In compenso è tornata una pioggia fittissima, resa impertinente da forti raffiche di vento, alla quale bisogna aggiungere le lastre di ghiaccio che continuano a regalare brividi agli intrepidi passeggiatori. Insomma, la situazione non è paradisiaca, per cui mi avvio verso l’enoteca Garofalo per una nuova puntata di DiVini Racconti con il massimo della cautela.
Stavolta io e Gerardino ci siamo sentiti solo via sms per confermare l’appuntamento preso la scorsa settimana, quindi non ho la più pallida idea del vino che voglia propormi. Non è un male. D’altro canto, ogni volta che mi sono fatto un’idea, puntualmente ho dovuto ammettere di essermi sbagliato.

Così, giungo a destinazione con una curiosità che ha raggiunto vette finora inesplorate. Entro nel locale, mi libero rapidamente di cappello e guanti, e mi dirigo verso Gerardino che armeggia con qualcosa dalle parti del bancone. Il tempo di un saluto e prima che io possa fare la domanda, che ormai mi pende in maniera visibile dalla punta della lingua, Gerardino esclama: «Che ne dici di un bel Barbera Superiore del Monferrato?».

Gerardino caliciLa proposta mi sorprende per cui mi limito a rispondere: «E che ti devo dire? Aprilo!».
Giro sui tacchi e vado a prendere posto al tavolo, mentre Gerardino provvede a reperire due calici, una ciotola piena di salame piccante al finocchietto tagliato a fette e, naturalmente, la bottiglia: si tratta del “Le Cave” dell’azienda Castello di Uviglie, una realtà storica di Rosignano Monferrato, in provincia di Alessandria.
«E’ un vino straordinario – dice Gerardino avvicinandosi – perché pur essendo dotato di un elevato grado alcolico (siamo sui 14 gradi) grazie all’acidità risulta amabilissimo».

Gerardino

Poggia la bottiglia sul tavolo e dà inizio al solito rituale dello stappamento. Archiviata la pratica in pochi secondi, Gerardino annusa il tappo e mi lancia uno sguardo carico di soddisfazione accompagnato da un sorrisetto. «E’ un ottimo segnale» penso tra me.
I calici vengono riempiti per un terzo di un liquido color rosso rubino intenso che tende al porpora. Al naso emergono odori nettissimi di sottobosco. Spiccano l’amarena, il ribes e il mirtillo, ma Gerardino ci sente anche «una lievissima nota di cioccolato fondente».
In bocca è davvero eccezionale. Ha un buon corpo che affiancato all’acidità regala un equilibrio perfetto.

Gerardino versa«Adoro questo vino -dice Gerardino- perché a differenza del nebbiolo piemontese può essere anche bevuto giovane, pur senza disdegnare qualche anno di riposo in bottiglia. Quanto agli abbinamenti, poi, è estremamente versatile: ottimo con le carni rosse e la selvaggina, non sfigura sulle carni bianche e, anche se sembra un’eresia, sta benissimo sui pesci grassi».
Devo ammettere che questo Barbera fa il suo lavoro anche con il salame che stiamo addentando, per cui chiedo a Gerardino su cosa lo apprezzano i suoi clienti in enoteca. «Me lo richiedono -dice- soprattutto per accompagnare i taglieri di salumi, in particolare quelli più grassi perché con la sua acidità riesce a pulire bene la bocca».

noi dueDunque, la domanda di rito: «Che accoglienza ha avuto?»
«Essendo un vino piemontese è certamente meno conosciuto, dunque meno richiesto, del nebbiolo, tuttavia, quando lo propongo ad una tavolata riscuote un successo unanime, cosa che con il nebbiolo non sempre accade. Insomma, è un vino che piace veramente a tutti».

noi due2Tra questi “tutti” Gerardino da oggi deve inserire anche me.
Sciolgo la seduta con un senso di profonda soddisfazione gustativa. Mi incappotto e faccio per dirigermi verso la porta per tornare a casa. Qualcosa dentro, però, mi dice di fermarmi. Mi giro verso Gerardino che, probabilmente, pensa voglia salutarlo e mi lascio andare all’idea di fare una scorta: «Gerardi’, hai qualche altra bottiglia di questo Barbera in deposito?»

E la storia continua…

SCHEDA

VINO: Le Cave
VITIGNO: Barbera 100%
AZIENDA: Castello di Uviglie (Al)
GRADAZIONE ALCOLICA: 14%
FASCIA DI PREZZO: 16 – 21 euro

Un tuffo nel vino austriaco: ecco il Grüner Veltliner di Salomon

Freddo, neve e raffiche di vento in grado di lasciare graffi rossi e dolorosi sul viso. Il 2017 avellinese è iniziato davvero con il botto e l’ipotesi di saltare un giro di DiVini Racconti rischia seriamente di assumere concretezza.
Contatto Gerardino per chiedergli quali siano le sue intenzioni e lui, serafico come un bambino che ha appena fatto la pappa, esclama: «La neve? E mica è un problema! Ci vediamo in enoteca alla solita ora».
Addio sogni di gloria (un bel piumone caldo e un buon libro) e via con la preparazione psicologica per affrontare le intemperie.

IO FUORIAll’orario prestabilito mi metto in marcia lungo strade innevate e, proprio per questo, ricche di insidie, chiedendomi cosa assaggerò di lì a poco. Sinceramente, visto il clima, mi aspetto un vino rosso bello potente, ma come al solito mi sbaglio.
Varcata la soglia dell’enoteca, infatti, trovo un sorridentissimo Gerardino che, con tanto di sciarpa al collo, prima ancora di salutarmi, dice: «Oggi si va in Austria e si beve bianco!».
La curiosità mi assale immediatamente, per cui, liberatomi di giubbino, sciarpa, guanti e cappello (ebbene sì, sembravo un incrocio tra un gorilla e una foca monaca), prendo posto al primo tavolino che mi capita davanti.
Gerardino, invece, va al bancone per prendere la bottiglia, una ciotola di tarallini e due calici.

«Il vino che stiamo per assaggiare –dice avvicinandosi- è il Grüner Veltliner Franziskus dell’azienda Salomon Undhof. Si tratta di una realtà storica austriaca, che produce vini già a partire dalla fine del ‘700. Quanto al vitigno, invece, ti basti sapere che è antichissimo ed è tra i più diffusi in Austria dove viene anche chiamato Grünmuskateller, traducibile in italiano con “Moscato Verde”».

MOSTRA-BOTTIGLIA doppiaPoggia la bottiglia sul tavolo e mi accorgo che il tappo non è di sughero ma a vite. Gerardino lo svita e, mentre inizia lentamente a riempire i calici, riprende a raccontare: «E’ un vino dal grado alcolico non molto elevato ma dotato di una straordinaria acidità e di una capacità di invecchiamento davvero notevole».
Osservo con attenzione il liquido che ormai occupa per un terzo il mio calice: il colore è giallo paglierino non molto intenso con marcati riflessi verdognoli.

VERSA VINOAl naso si sente distintamente un odore di erba e di cetriolo «ma –aggiunge Gerardino- non sfuggono sentori di nocepesca e di qualcosa che ricorda la pelle bagnata».
In bocca è davvero sorprendente: subito emerge la frutta esotica, ananas e mango innanzitutto, ma con il trascorrere dei minuti viene fuori anche l’albicocca, benché non troppo matura.
«Per me –sottolinea Gerardino- si tratta di un vino davvero eccezionale. Ha un’acidità pazzesca e una buona persistenza. Mi piacerebbe sorseggiarlo tra una decina d’anni per vedere come matura». Condivido il suo pensiero e aggiungo che lo trovo un vino molto elegante. Dunque, gli chiedo su cosa consiglia di berlo.

NOI ASSAGGIO«Lo vedo perfetto sul pesce alla griglia –dice- ma probabilmente anche su quello al forno si farebbe apprezzare».
Più prosaicamente, a me sembra buono già in compagnia dei taralli che sto mordicchiando e non mi dispiacerebbe affiancargli anche qualche formaggio di media stagionatura, magari erborinato.
Diciamoci la verità, è un vino piuttosto insolito per Avellino, per cui, curioso come sono, domando a Gerardino come è stato accolto dai clienti dell’enoteca. «Non è facile proporlo –ammette- perché, per essere un vino bianco, è considerato dalla media degli avventori un po’ troppo caro (intorno ai 25 euro). D’altro canto siamo in Irpinia e qui si è abituati bere vini bianchi come il Greco di Tufo e il Fiano di Avellino che, oltre ad essere buoni, si trovano ad un prezzo piuttosto contenuto. Comunque – aggiunge- quando decidono di provarlo restano tutti favorevolmente colpiti».

GERARDINO PARLAAmmetto di essere rimasto colpito anche io e con piacere decido di svuotare il calice che ho davanti. Prima di sciogliere la seduta, però, un’ultima curiosità Gerardino deve togliermela: «Ma considerato che fuori c’è la neve, mi spieghi per quale motivo hai scelto un vino bianco?».
Mi guarda sottecchi e dice: «Perché l’Austria è terra di neve», quindi mi pone la seguente domanda: «Ma a te è piaciuto?».
«Certo, e anche tanto!», rispondo.
«E allora, che domande fai?».
Mi rimetto sciarpa, guanti, cappello e giubbino e batto in ritirata.
Alla prossima!

SCHEDA

VINO: Franziskus
VITIGNO: Gruner Veltliner 100%
AZIENDA: Salomon Undhof (AUT)
GRADAZIONE ALCOLICA: 12,5%
FASCIA DI PREZZO: 23 – 28 euro

Perdera, la meraviglia del Monica di Sardegna (e quel prosciutto spagnolo…)

Se una cosa ho imparato da quando ha preso il via l’avventura di DiVini Racconti è che quando arrivo all’enoteca Garofalo non so mai cosa mi troverò davanti. Così, varcata la soglia del locale, lasciandomi dietro un freddo secco e pungente, ho sgranato gli occhi vedendo Gerardino, piazzato nel bel mezzo della sala, impegnato ad armeggiare con un magnifico prosciutto.

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«Buona sera!», mi dice, allargando il sorriso da un orecchio all’altro.
«Buona sera a te!», rispondo, e aggiungo: «Credo sia inutile chiedere cosa tu stia facendo con quell’affare, ma sappi che nulla al mondo mi impedirà di assaggiarne almeno una fetta».
Gerardino mi tranquillizza dicendomi che il prosciutto accompagnerà il vino che assaggeremo tra poco ed esclama: «E’ una vera prelibatezza!».

Soddisfatto della risposta, mi sfilo il cappotto e prendo posto al bancone. Gerardino, invece, posa il coltello e va a lavarsi le mani prima di raggiungermi con due calici e una bottiglia.
Osservo quest’ultima con attenzione: si tratta del Perdera dell’azienda Argiolas, rinomata realtà enologica nata agli inizi del ‘900 a Serdiana, in provincia di Cagliari.
«Caro Alberto -dice Gerardino con aria allegra- oggi berremo un vino davvero interessante e poco conosciuto dalla massa. Un vino prodotto con uve Monica».

Sinceramente, ho solo sentito nominare un paio di volte questa varietà d’uva, ma proprio non la conosco. La curiosità, dunque, cresce e mi porta a chiedere a Gerardino l’origine del vitigno.
«Non si sa moltissimo -mi spiega- ma pare sia stato introdotto in Sardegna intorno all’XI secolo ad opera di alcuni monaci (da cui deriverebbe anche il nome). Ma c’è anche chi lo attribuisce al periodo della dominazione spagnola, tant’è che in certe zone dell’isola quest’uva è conosciuta col nome di Monica di Spagna».
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Dopo avermi fornito le prime nozioni, Gerardino stappa la bottiglia e riempie i calici di un nettare rosso rubino impenetrabile con sfumature amaranto.
«Il Monica di Sardegna -riprende- è considerato il fratello minore di ben più noti vini isolani come il Carignano e il Cannonau perché, pur avendo un buon corpo e una buona complessità, risulta meno tannico e più facile da bere». BUONA6
Al naso i sentori sono quelli della frutta rossa matura, more e ciliegie innanzitutto, «ma -aggiunge Gerardino- sento questa stessa frutta anche sotto forma di confettura».
In bocca colpisce la sapidità, mentre il finale regala nette note balsamiche.
La domanda sorge spontanea: «Con quali cibi si sposa meglio questo vino?».
Gerardino non ha dubbi: «E’ ottimo con le minestre autunnali e con le zuppe di cereali, ma fa la sua figura anche con i formaggi stagionati e i salumi di maiale».

Come è facile immaginare, l’ultima frase ha fatto accendere la lampadina nel mio cervello. «Hai detto salumi di maiale?» domando sorridendo.

Gerardino, che ha già capito dove voglio andare a parare, fa cenno di sì con la testa e si dirige verso il prosciutto posizionato al centro del locale. Prende il coltello ed inizia ad affettarlo per la gioia delle mie e delle sue papille gustative.

Infatti, ci lanciamo su quelle fette con ingordigia, mentre continuiamo a sorseggiare il Perdera. «Questo prosciutto -dice Gerardino- è un Capa Negra (da non confondere con il ben più blasonato Pata Negra) e viene dalla Spagna. E’ prodotto da maiali che si nutrono di ghiande e sottobosco, per cui in bocca mostra una dolcezza in grado di contrastare vini potenti come quello che stiamo bevendo».
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Mi sto davvero deliziando e torno a sedermi per finire il bicchiere di vino che, dopo l’affettato, ha assunto sfumature nuove ed interessanti. Gerardino fa lo stesso e, dopo l’ennesimo sorso mi dice che «il Monica di Sardegna si presta anche a lunghi invecchiamenti e offre gradevolissime sensazioni nella sua versione superiore».
Naturalmente, gli dico che prima o poi dovremo provare anche il superiore, ma vengo stoppato: «Con tutti i vini che abbiamo ancora da assaggiare, non mi pare il caso di fermarci due volte sulla stessa tipologia. Non subito, almeno. Tuttavia -aggiunge- non mettiamo limiti alla provvidenza».
Effettivamente ha ragione, ma a me, in tutta sincerità, il desiderio resta per cui non escludo sortite solitarie (vi farò sapere).
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I calici sono ormai vuoti e decidiamo di non riempirli nuovamente per evitare euforie indesiderate. Prima di archiviare la pratica, però, chiedo a Gerardino se il Monica è un vino richiesto in enoteca. «E’ molto raro che me lo chiedano -ammette-, anche perché sono davvero in pochi a conoscerlo. Tuttavia, quando mi capita di farlo assaggiare a qualcuno, in genere pretende il bis».
Non posso che confermare. Mentre mi infilo il cappotto, infatti, penso che un bel bis ci starebbe proprio bene…

SCHEDA
VINO: Perdera, 2012
VITIGNO: Monica di Sardegna 100%
AZIENDA: Argiolas
GRADAZIONE ALCOLICA: 13,5%
FASCIA DI PREZZO: 9 – 12 euro

L’eleganza del Fiano di Avellino: sorseggiando il Pietracalda…

Divini racconti Garofalo Wine Pietracalda

Il telefono squilla intorno alle 21. Rispondo. E’ Gerardino che mi chiede se l’appuntamento che abbiamo fissato per l’indomani è confermato. «Certo -gli dico- sono proprio curioso di vedere che vino tirerai fuori stavolta».
«Ho in mente di assaggiare un bianco», ammette, senza aggiungere altro.

Provo a saperne di più, ma Gerardino sta ancora valutando alcune opzioni. L’unica certezza è che sarà irpino. «E’ una questione di par condicio-chiarisce- visto che la settimana scorsa abbiamo bevuto un rosso irpino, l’aglianico. Ma la prossima volta varcheremo i confini della Campania».
«Ci sto!». Vineria Garofalo

Il giorno seguente, all’orario prestabilito, mi avvio verso l’enoteca Garofalo chiedendomi se mi troverò davanti un Greco di Tufo o un Fiano di Avellino. D’altro canto, sono le due docg in bianco d’Irpinia, per cui difficilmente si tratterà di qualcos’altro. In cuor mio, da tufese, spero sia il primo, ma è solo una questione di patriottismo spicciolo: mi piace molto anche il Fiano. Entro nell’enoteca e non vedo nessuno. Chiamo Gerardino che prontamente risponde: «Eccomi!» (era chinato dietro il bancone).

«Che stai facendo lì sotto» gli domando?

«Verifico la temperatura delle bottiglie che ho messo prima a raffreddare. Sono due: valutiamo insieme quale aprire».
Curioso, immediatamente gli chiedo se si tratta di Greco e naturalmente la risposta che arriva è: «No, è Fiano». Gerardino Garofalo L

Mi siedo ad un tavolo a fissare Gerardino che, tirate fuori le due bottiglie, prende un paio di calici e viene verso di me. Un rapido consulto e decidiamo di stappare quella con l’inconfondibile bollino rosso stampato alla base del collo: è il Pietracalda dei Feudi di San Gregorio, azienda di Sorbo Serpico che, in ambito internazionale, non ha certo bisogno di presentazioni.

Ha inizio il solito rituale: coltellino, capsula che salta via, vite del cavatappi che girando penetra nel sughero, poi la leva che tira fuori il tappo.

Archiviata la pratica dello stappamento (che malgrado abbia osservato centinaia di volte continua inspiegabilmente ad affascinarmi), Gerardino provvede a riempire i calici. Il liquido che viene fuori dalla bottiglia è di color giallo paglierino con marcati riflessi dorati.Garofalo Wine Nigro L«Il Fiano -dice- è un vino che tutti dovrebbero provare almeno una volta nella vita e qui in Campania probabilmente ad ognuno è capitato di sorseggiarlo davanti ad un buon piatto di pesce». Per Gerardino si tratta di un vino «elegantissimo» che si adatta «non solo ai piatti di pesce più delicati, ma anche a quelli un po’ più ruvidi come la frittura. Tuttavia -aggiunge- sta incredibilmente bene anche con i formaggi freschi: su tutti la mozzarella di bufala».

Infiliamo il naso nel calice ed emergono immediatamente note floreali, «però -interviene Gerardino- ci sento anche una sfumatura minerale oltre al caratteristico odore di mandorla».

Il Fiano è un vitigno molto antico il cui nome, probabilmente, deriva dal termine “apianus“, ad indicare un’uva che piace molto alle api. «Nella storia -spiega Gerardino- molti personaggi di primo piano hanno apprezzato il vino che ne deriva, da Federico II di Svevia a Carlo d’Angiò. Senza dimenticare, venendo ai giorni nostri, che il grande Gino Veronelli lo ha definito “superbo”».Gerardino Garofalo L1

Tra una chiacchiera e l’altra, passiamo all’assaggio. C’è una buona acidità e i sentori in bocca sono quelli della frutta gialla come l’albicocca, ed esotica matura, come il mango e l’ananas.

«A differenza di molti vini bianchi -mi spiega Gerardino- il Fiano ha un’ottima capacità di invecchiamento. Quando è ben lavorato può regalare enormi soddisfazioni anche dopo una decina d’anni. Un fatto notevole se si considera che alcuni bianchi, già dopo un paio d’anni, sono considerati a rischio».

Sono diverse le zone in provincia di Avellino particolarmente vocate per la produzione di quest’uva, da Lapio a Summonte passando per Montefredane. «Predilige terreni argillosi -sottolinea Gerardino- e può dare vini in cui è davvero marcata la componente minerale, come nel caso dei Fiano di Montefredane».

Gli chiedo chi, in enoteca, ordina il Fiano. «Non c’è una categoria specifica -dice Gerardino- perché è un vino molto versatile che piace sia agli uomini e che alle donne di ogni fascia d’età. Personalmente, lo consiglio sul pesce e sulle carni bianche, ma fa una bellissima figura anche servito come aperitivo».

Devo dire che la freschezza di questo Pietracalda induce in tentazione, ma, come al solito, non possiamo permetterci di esagerare, per cui decidiamo, a malincuore, di sciogliere la seduta dopo il primo calice. Mi alzo e faccio per infilarmi il giaccone, ma mi accorgo che Gerardino resta seduto ad osservare la bottiglia mentre, con aria assorta, continua ad annusare il vino nel calice.Alberto Nigro L

Sarò onesto: cercavo una scusa per trattenermi ancora un po’e bere un altro calice «in fondo -mi dico- che sarà mai?». Gerardino sembra avermi letto nel pensiero e, sorridendo, mi versa un altro mezzo bicchiere di nettare dorato, poi mi guarda dritto negli occhi ed esclama: «Solo un altro, ok?»

«Solo un altro!» rispondo, ma non sono per niente convinto.

P.s.
Alla fine ci siamo fermati al secondo bicchiere, ma vi garantisco che è stata dura…

SCHEDA

VINO: Pietracalda, 2014
VITIGNO: Fiano 100%
AZIENDA: Feudi di San Gregorio – Sorbo Serpico (AV)
GRADAZIONE ALCOLICA: 13%
FASCIA DI PREZZO: 9-15 euro

Foto copertina e articolo: Fabrizio Nigro - Irpinia Press photo

Aglianico, principe d’Irpinia: ecco il Natu Maior

E’ una giornata insolitamente calda per essere fine ottobre. Merito di un forte vento di scirocco che da diverse ore, ormai, soffia sull’Irpinia. Sono le 17 quando, un po’ teso, esco di casa per raggiungere l’enoteca Garofalo. Oggi assaggeremo il primo vino della rubrica DiVini Racconti e davvero non so cosa aspettarmi.

Cammino lungo le strade di Avellino: da via Capozzi a via Guarini, poi su verso via Mancini, quindi corso Vittorio Emanuele e corso Europa, domandomi cosa accadrà. Non so quale vino mi proporrà Gerardino, né, esattamente, come impostare il pezzo. Tra un pensiero e l’altro, però, giungo a destinazione e capisco che non c’è tempo per preparare alcunché.
Varco la soglia dell’enoteca e Gerardino è in un angolo, in penombra, a frugare tra gli scaffali. Si gira per salutarmi e subito riprende le sue faccende mentre io mi dirigo verso il bancone.
«Cosa stappiamo di bello?» gli chiedo.
«Essendo il primo appuntamento della rubrica -risponde, voltandosi appena- credo sia il caso, da irpini, di dare spazio al nostro vitigno principe: l’aglianico».

Natu Maior - Antichi Coloni - Paternopoli

L’idea non mi dispiace e quando si avvicina, riconosco subito la bottiglia che ha in mano: è il Natu Maior, l’aglianico doc prodotto dall’azienda Antichi Coloni, realtà giovane di Paternopoli che già si è fatta apprezzare sia a livello locale che internazionale. Una scelta estremamente interessante.
«Voglio partire da un aglianico in purezza -dice Gerardino- e questo di Antichi Coloni rappresenta una sua magnifica espressione. L’aglianico, il cui nome probabilmente deriva dal termine “ellenico”, oltre ad essere il principe dei vitigni irpini è anche uno dei più antichi al mondo. La sua uva è forte, resistente e regala vini di grande intensità e corpo».

A questo punto, mi sembra giusto passare all’assaggio. Lo faccio notare a Gerardino che, intanto, ha già tirato fuori il cavatappi.
Ho sempre trovato affascinante l’apertura della bottiglia: il coltellino che sega la capsula, la sua rimozione, il movimento deciso e delicato con cui la vite viene inserita nel tappo e poi, ruotando, lentamente scompare al suo interno. E che dire del tappo che gradualmente riappare, fino a mostrare la sua parte inferiore inumidita dal contatto col vino?
Sono lì a perdermi in questo pensiero quando mi accorgo che Gerardino ha completato il lavoro e sta annusando il tappo. Lo osservo e provo a leggere i suoi pensieri. Un paio di secondi, non di più, e un sorrisetto gli affiora all’angolo della bocca: «Bene -penso- il vino è ok».

Garofalo tris

Gerardino si volta verso la credenza alle sue spalle e prende due calici. Li poggia sul piccolo bancone che dà sulla porta d’ingresso e, con movimenti lenti ma precisi, li riempie per un terzo di nettare irpino. Il colore è molto scuro, quello che gli appassionati definirebbero “rosso rubino intenso, quasi impenetrabile”.
Alziamo i calici per osservare la limpidezza, poi li facciamo ruotare e li portiamo, in maniera quasi sincronizzata, al naso. Ci sento immediatamente un odore di prugna matura e chiedo a Gerardino se lo sente anche lui. «Sì -ammette- sento la prugna, ma anche l’amarena e il mirtillo. Sento, inoltre, il cioccolato ed una sottile nota speziata».
In bocca è un’esplosione di sapori, ma, sorprendentemente, non c’è aggressività, è vellutato.
«Si tratta davvero un’ottima interpretazione dell’aglianico -dice Gerardino, mentre mi raggiunge da quest’altro lato del bancone per sedersi sullo sgabello di fianco al mio- e si sente che ha fatto almeno parte dell’affinamento in legno, la qual cosa ne ha levigato il sapore. Devi sapere che in alcune zone d’Irpinia l’aglianico viene detto “zerpoluso“, termine dialettale che sta ad indicare una pesante astringenza».

Gerardo Garofalo Alberto Nigro Divini Racconti

Ma a proposito di zone: «Quanto incide -chiedo- la zona di provenienza sul prodotto finale?». «Tantissimo -risponde- perché ogni terreno ha la sua conformazione, ogni altitudine le sue caratteristiche climatiche, ogni area una determinata esposizione. Insomma, al di là del tipo di vinificazione preferito dal singolo vignaiolo, c’è tutto un lavoro legato alla vigna che incide moltissimo sul vino».
Gli chiedo, da enotecario, a chi propone un vino simile e perché. «Innanzitutto, mi oriento in base al menù del giorno. Se però parliamo di persone che vogliono semplicemente degustare, allora lo propongo a chi ha già dimestichezza con vini particolarmente corposi e di buon grado alcolico». Ma torniamo un attimo al menù. «L’aglianico in generale, e questo in particolare, -dice Gerardino- sta bene sulle carni rosse e la cacciagione, ma anche su paste con condimenti importanti e formaggi stagionati». Continuiamo a sorseggiare il Natu Maior e lo sentiamo aprirsi col passare dei minuti, mentre iniziamo ad avvertire un leggero calore in tutto il corpo: il vino sta facendo effetto. Siccome è pomeriggio e sia io che Gerardino abbiamo impegni successivi, decidiamo di non esagerare e di sciogliere la seduta dopo un solo calice.

Gerardo Garofalo Alberto Nigro Divini Racconti 2

Lo saluto dandogli appuntamento alla prossima settimana e mi alzo per dirigermi verso l’uscita dell’enoteca.
Penso tra me e me che il primo vino di questa rubrica mi è davvero piaciuto molto e che l’aglianico, quando ben lavorato, come nel caso specifico, riesce a regalare bellissime sensazioni.
Prima di uscire, però, mi volto e chiedo a Gerardino se c’è una esperienza personale che lo lega in qualche modo a questo vino. Mi guarda di sottecchi e con un sorrisetto malizioso risponde: «L’aglianico è sempre stato il vino delle feste. Non credo esista un irpino che non abbia una storia da raccontare legata ad esso. Una storia che, probabilmente, si è conclusa con un enorme mal di testa il giorno dopo».
Ci penso un attimo e, be’, come dargli torto?

SCHEDA

VINO: NATU MAIOR, 2010
VITIGNO: AGLIANICO 100%
AZIENDA: ANTICHI COLONI – PATERNOPOLI (AV)
GRADAZIONE ALCOLICA: 13,5%
FASCIA DI PREZZO: 12 – 16 EURO