“Baciami”, la delicata esuberanza del Mammolo spumante!

Cari amici di Divini Racconti, ben trovati. Siamo nel pieno dei festeggiamenti natalizi e ci sono cose che vanno obbligatoriamente fatte. Naturalmente, ci riferiamo ai regali, alle grandi abbuffate e alle partite a carte con gli amici, ma, per una questione di vocazione professionale, non possiamo non pensare principalmente ai brindisi a base di bollicine.

Diciamolo chiaramente: c’è l’imbarazzo della scelta! Dagli Champagne ai Franciacorta passando per i Prosecco, sono infinite le sfaccettature e le possibilità offerteci. Alcune, come quelle sopracitate, conosciutissime in ogni angolo del mondo e facilmente reperibili (basta regolarsi sulla fascia di prezzo), altre, invece, decisamente meno.

Ed è proprio una di queste ultime che intendiamo presentarvi oggi. Si tratta del “Baciami“, originalissimo spumante rosé dell’azienda toscana Piandaccoli (di cui abbiamo avuto modo già di parlarvi in passato).

Prodotto con metodo Charmat, il “Baciami” è figlio di uve 100% Mammolo. Una assoluta novità nel panorama enologico che ci siamo goduti presso il D-Wine di Avellino in compagnia del responsabile commerciale dell’azienda, Raffaele Anzuoni.

Il colore è un rosa leggermente pallido che ricorda gli eleganti nettari provenzali. Il perlage è intenso e discretamente persistente. Al naso regala nette note floreali e fruttate, con una predominanza di piccoli frutti rossi (lampone, mora e ribes) ed una sottile venatura agli agrumi intervallata da lievi e gradevoli stoccate minerali. In bocca è delicatamente esuberante. Il frutto si ripropone orgogliosamente, ma senza togliere nulla alla freschezza e all’agilità del sorso.

Vino davvero intrigante e versatile, in grado sia di impreziosire un buon aperitivo che di accompagnare un intero pasto a base di pesce, verdure grigliate e carni bianche. Da provare assolutamente (così come abbiamo fatto noi) insieme a formaggi vaccini e di pecora di media stagionatura, ma da non sottovalutare in abbinamento con salumi grassi e lievemente speziati.

Venendo al prezzo, siamo intorno ai 15 euro in enoteca, cifra assolutamente abbordabile e adeguata ad un prodotto che senza dubbio sorprenderà in positivo i vostri ospiti. Provatelo!

Sagrantino “Vignalunga” 2012, bel mix di potenza ed eleganza

E’ tempo di tornare in Italia per fare la conoscenza di un vino davvero straordinario. Siamo, infatti, in Umbria, a Giano dell’Umbria, e ci apprestiamo a stappare una bottiglia del nettare più blasonato della regione: il Sagrantino di Montefalco.

Del produttore, in verità, vi abbiamo già parlato nei mesi scorsi. Si tratta di Omero Moretti, titolare dell’omonima azienda, che da anni, con caparbietà, mette sul mercato vini biologici (certificati AIAB dal 1992) di altissima qualità, molti dei quali abbiamo avuto modo di assaggiare ed apprezzare durante l’ultima edizione del Vinitaly.

Dell’intera scuderia, però, a mancarci era proprio il fiore all’occhiello della famiglia Moretti, il Sagrantino di Montefalco «Vignalunga», figlio di uve provenienti da un unico vigneto -il Vignalunga, appunto- che prima di incontrare gli scaffali delle enoteche affina per circa 3 anni tra botte e vetro.

Dunque, ci siamo procurati una bottiglia (annata 2012) e, senza pensarci troppo su, abbiamo dato il via all’assaggio.

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Lo diciamo in premessa: è un vino che regge molto bene l’invecchiamento per cui, se avete in cantina un 2012, vi consigliamo di farlo riposare ancora un po’ prima di berlo.

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Il colore è rosso rubino intenso, quasi impenetrabile, con contorni violacei. Al naso regala note di piccoli frutti rossi maturi (mirtilli, more e fragoline) alle quali si affiancano sensazioni gradevolmente minerali e speziate a pepe nero. In bocca ad emergere è un tannino imponente che lentamente cede il posto al frutto e alle spezie. Interessante la componente acida che va a donare freschezza al sorso.

Parliamo di un vino di grande struttura da abbinare sicuramente a carni rosse e selvaggina, sia grigliate che in umido. Da non sottovalutare, però, sui primi al ragù (magari di cinghiale), così come sui taglieri di salumi e formaggi stagionati.

Il prezzo è di circa 40 euro a bottiglia. Certo, non è un vino che la maggior parte delle persone può permettersi tutti i giorni, ma se volete impreziosire un pranzo speciale, quello di una festosa occasione, allora tenetelo in considerazione!

 

 

“La Dilettante”: l’intrigante freschezza della Valle della Loira

Lasciamo l’Italia e torniamo a fare tappa, almeno con la mente e con il cuore, in Francia. Per l’assaggio odierno, infatti, abbiamo pensato di puntare su una zona enologica a noi particolarmente cara: la Valle della Loira.

Sono diversi i vitigni e i vini di questa regione che si lasciano bere ed apprezzare in tutto il mondo, raggiungendo punte di assoluta eccellenza: dai fantastici Sauvignon dell’area di Sancerre ai delicati Muscadet che fanno la loro comparsa man mano che ci si avvicina alla costa oceanica. Nel mezzo del percorso, rimanendo nell’alveo dei bianchi, si trovano intriganti nettari a base Chenin Blanc, come quelli della denominazione Vouvray prodotti dal Domaine Breton.

Si tratta di un’azienda molto apprezzata sia in patria che all’estero con sede nell’area tra Tours e Saumur che produce nettari intensi e riconoscibili.

Il vino in questione è La Dilettante.

Il colore è giallo paglierino acceso con leggerissime striature verdognole. Al naso offre delicate note di frutta gialla matura, la pera e la mela innanzitutto, ma si avvertono anche sensazioni agrumate e gradevolmente minerali. In bocca è pulito e fresco. Interessante la sapidità che ben si accompagna alla mineralità, mentre il finale è discretamente lungo e netto.

Parliamo di un vino molto versatile, da bere anche come aperitivo, ma in grado di dare il meglio sui secondi piatti a base di pesce e crostacei, preferibilmente alla griglia. Da non sottovalutare con le carni bianche e al fianco di formaggi di mucca freschi o di media stagionatura.

Il costo di una bottiglia è di circa 21 euro, un prezzo accessibile per la maggior parte dei consumatori. Noi lo abbiamo apprezzato molto, soprattutto per la sua eleganza, per cui non possiamo non consigliarvelo.

-Le foto sono state scattate all’interno dell’enoteca Garofalowine da Giuseppe Reppucci

Grecomuscio “Fulgeo”, la bella prova di Guastaferro

L’Irpinia è terra di grandi vini e questa non è certo una scoperta. Le tre Docg Greco di Tufo, Fiano di Avellino e Taurasi, pur soffrendo ancora una comunicazione carente sul piano internazionale, riescono a scalare le classifiche di gradimento e a conquistare un numero sempre crescente di enoappassionati. Il Comune di Taurasi, manco a dirlo, è famoso per la produzione dell’omonimo vino a base Aglianico, strutturato, importante, in certi casi austero, capace di competere con i grandi rossi italiani e non solo. Tuttavia, pochi sanno che in questo piccolo centro della provincia di Avellino si coltiva un vitigno poco conosciuto e ritenuto fino a qualche anno fa scomparso, il Roviello Bianco, noto alla gente del posto con il nome di Grecomuscio.

E’ un’uva che in passato spesso veniva confusa con il Greco, ma che da esso si differenziava in particolare per la consistenza degli acini giunti a maturazione.

La produzione è minima e ad aprire la strada è stata la realtà taurasina Cantine Lonardo, ma da un po’, di preciso dal 2012, c’è un’altra realtà al lavoro su tale vitigno, l’azienda agricola Guastaferro, che ha dato alla luce, dopo un lavoro durato circa 7 anni, la sua prima imbottigliata. Si chiama “Fulgeo” ed ha esordito in numero estremamente limitato (solo 900 esemplari).

Noi lo abbiamo assaggiato e, ve lo diciamo in premessa, vista la qualità, ci auguriamo che una produzione del genere possa crescere notevolmente.

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Il colore è giallo paglierino con leggere striature dorate e rimandi verdognoli. Al naso offre una intensa sensazione minerale attraversata da stoccate agrumate e folate timidamente floreali. In bocca la mineralità si amplifica rilasciando tutto il suo potenziale e affiancandosi ad una robusta acidità. Durante il sorso emerge il pompelmo amaro, ma non mancano intriganti accenni vegetali. Struttura marcata per un vino che comunque risulta fresco ed agile. Il finale è discretamente lungo.

Nettare da tutto pasto, certamente a suo agio con risotti ai frutti di mare e crostacei alla griglia, ma anche con le carni bianche e i formaggi di media stagionatura. Parliamo di un vino che, considerato il grado di acidità, promette di regalare belle emozioni a seguito di un ulteriore affinamento in bottiglia. Per il momento, però, una cosa sentiamo di poterla già dire: buon la prima!

 

 

Dal Greco al Taurasi: gli intriganti vini di Terre D’Aione

Tufo. Per gli amanti del vino, visitare questo piccolo borgo della Valle del Sabato è certamente una esperienza formativa e il Greco Festival, che va in scena ogni anno nel mese di settembre, rappresenta un’ottima occasione per farlo.

Noi ne abbiamo approfittato e, tra le altre cose, abbiamo deciso di prendere parte alla visita in cantina promossa dall’azienda Terre D’Aione. Si tratta di una realtà giovane, operativa da poco più di un decennio, situata nella frazione San Paolo di Tufo, a due passi (nel vero senso della parola) dal Comune di Torrioni, ma che affonda le sue radici in un’antica tradizione contadina.

Ad accompagnarci in questo viaggio è il titolare, Angelo Carpenito, persona appassionata e garbata che dopo averci mostrato il nuovo impianto di Greco a pochi metri dalla cantina (il resto dei vigneti si trova a ridosso delle miniere di zolfo nella parte bassa del paese) ci ha illustrato le tappe della vinificazione.

Naturalmente, come sempre, a noi interessa accendere i riflettori sui prodotti aziendali, per cui, tralasciando per un attimo l’ottimo pranzo al quale pure abbiamo partecipato, entriamo nel vivo del discorso.

Terre d’Aione, oltre al Greco di Tufo produce Fiano di Avellino, Falanghina del beneventano, Aglianico Campania, Aglianico Rosato e Taurasi. Abbiamo degustato l’annata 2017 dell’intera gamma (con l’eccezione del Taurasi 2012 e l’aggiunta di un Fiano 2016).

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Il Greco di Tufo si presenta intenso ed elegante al naso. Ad emergere sono la pesca gialla e i fiori di campo che lasciano nel finale spazio ad una lieve nota minerale. In bocca i ruoli si invertono ed è la mineralità a guadagnare la ribalta a discapito del frutto. Notevole l’acidità, intrigante e discretamente lungo il finale. Vino interessante, ancora giovane, ma già in grado di farsi apprezzare. Da riprovare tra un paio di anni quando, ne siamo certi, avrà tirato fuori gran parte del potenziale del vitigno.

Passaggio al Fiano di Avellino. Vino di un giallo paglierino tenue decorato da striature verdognole, prodotto con uve provenienti dal Comune di Lapio. Anche qui ci troviamo in presenza di un naso importante fatto di fiori bianchi, albicocca e gelso. In bocca il frutto conserva la sua spinta e accompagna il sorso nella sua interezza. Non manca di mineralità ed acidità che gli consegnano freschezza e longevità.

Angelo, a tal proposito, decide di stappare un Fiano del 2016 e ne viene fuori proprio quello che immaginavamo. Vino più maturo, con un frutto meno marcato ed una mineralità in vetrina. La perfetta evoluzione del precedente.

Dunque, la Falanghina, figlia di uve di Casalduni, in provincia di Benevento. Meno elegante dei precedenti ma comunque di impatto, al naso mostra note rocciose ed erbacee. E’ la mineralità ad accompagnare il sorso, anche se non mancano lievissimi accenni fruttati. Acidità discreta, finale soddisfacente. Vino maturo e già pronto per essere bevuto.

Virata verso i rossi aziendali con una tappa intermedia: Aglianico Rosato. Il colore è rosa intenso con riflessi accesi. Tanto al naso quanto al palato a regnare è la parte fruttata, con la ciliegia e la mora in primo piano. Interessante la sensazione balsamica che si avverte durante il sorso a regalare freschezza e agilità. Tannino ben levigato, ma giustamente percettibile che corona un finale piuttosto elegante.

Quindi, l’Aglianico Campania. E’ il vino che non ti aspetti. Prodotto con uve provenienti dagli areali di Taurasi, Paternopoli e Montemarano, si presenta in un bel rosso rubino intenso, a tratti impenetrabile. Vino che ha fatto legno (una parte di esso ha riposato qualche mese nelle barrique che in precedenza avevano ospitato il Taurasi) e che si propone quasi privo della spigolosità del vitigno. Potente la nota di amarena e frutti di bosco che oltre ad offrire un sorso morbido regalano un finale persistente.

Ed eccoci giunti alla fine della degustazione con il Taurasi 2012. Vino importante, autorevole, dotato di un frutto delicato ed un tannino per niente aggressivo. Dopo 6 mesi in acciaio, trascorre dai 16 ai 18 mesi in barrique per poi completare l’affinamento in bottiglia. Nettare strutturato, adatto ad accompagnare pranzi importanti, ma da non sottovalutare in chiave meditativa. Per il momento le bottiglie prodotte sono meno di 4mila, ma la speranza è che si possa crescere (ha già ottenuto un importante riconoscimento al Merano Wine Festival).

Insomma, è stata una degustazione molto interessante per un’azienda giovane ma dal grande potenziale. Continueremo a seguirla e vedremo cosa accadrà!

Incursioni pugliesi: passione Primitivo col Memoria 2016

Stiamo per entrare nel periodo più intenso dell’estate e, con un sentimento di profonda solidarietà dedicato a chi è costretto a stare in ufficio a lavorare, ci siamo regalati qualche giorno di vacanza. Direzione Puglia, per un giro assolutamente straordinario tra bellezze paesaggistiche, spiagge incantate, storia, cultura e, naturalmente, delizie enogastronomiche.

Le prime, visto che siamo su DiVini Racconti, ve le risparmiamo e passiamo direttamente al reparto enogastronomico annunciandovi che oggi vi proporremo un nettare scuro che ha fatto conoscere la Puglia in tutto il mondo. Si tratta del Primitivo di Manduria che, dopo essere stato utilizzato per lungo tempo come un rinforzo per vini ben più blasonati del Piemonte e della Francia, è riuscito ad emergere grazie soprattutto all’impegno e alla costanza dei produttori locali.

Nel dettaglio, parliamo del Memoria prodotto con uve 100% Primitivo dalla storica cooperativa tarantina Produttori Vini di Manduria.

Noi lo abbiamo incontrato ad Alberobello, presso il caratteristico ristorante Il Pinnacolo situato in un delizioso trullo.

Il colore è rosso rubino intenso con lievissime sfumature tendenti al granata. Al naso regala sentori netti di frutti rossi maturi (amarene, prugne, mirtilli e gelsi, cui si affiancano note di sottobosco e una lievissima sensazione balsamica. In bocca è caldo e avvolgente. Interessante il tannino che accompagna il sorso senza mai aggredire il palato e che si scoglie in un finale lungo e piacevolmente fruttato.

Si tratta di un vino di buona struttura in grado di impreziosire pranzi importanti a base di pietanze della tradizione pugliese e, più in generale, meridionale. Noi lo abbiamo innanzitutto apprezzato su un lungo antipasto fatto di salumi, formaggi, verdure fritte e grigliate, e carni stufate, ma è sulle orecchiette alle cime di rapa (meravigliosamente piccanti) che abbiamo avuto modo di innamorarci.

Quanto al prezzo, siamo di fronte ad una autentica occasione: pagato meno di 15 euro al ristorante è possibile trovarlo in enoteca anche ad 8. Insomma, un prodotto che fonde storia del territorio, piacere ed economicità. Vi serve altro per acquistarlo?

Al Poggio 1999: splendida perla direttamente dal Castello di Ama

L’estate è entrata nel vivo e il caldo, come era facile immaginare, ha iniziato a farsi opprimente. Per i prossimi giorni sono previste temperature africane e l’esercizio di guardare le strade deserte, fatte d’un asfalto quasi incandescente, dalla finestra di un ufficio può regalare momenti di autentica angoscia.

Tuttavia, non siamo tipi da cedere alle avversità, per cui gettiamo il cuore oltre l’ostacolo sforzandoci di pensare a qualcosa di bello. E cosa c’è di più bello di una bottiglia di vino, magari fresca, magari intrigante e magari difficile da reperire? Davvero poche cose.

Così, in una serata calda e stanca, facciamo tappa all’enoteca Garofalo di Avellino per gustare Al Poggio, vino 100% Chardonnay targato Castello di Ama. Si tratta di un’azienda storica del territorio senese, nota in tutto il mondo per i suoi prodotti raffinati e di altissima qualità.

La particolarità della bottiglia scelta sta nell’annata: 1999. Per un bianco si tratta di un bel po’ di anni, ma, come ormai ben sapete voi che ci seguite da tempo, noi amiamo i bianchi invecchiati e sapete anche che con lo Chardonnay, in più occasioni, siamo riusciti a provare sensazioni uniche.

Dopo aver raffreddato la bottiglia, la stappiamo e la lasciamo riposare per qualche minuto prima di riempire i calici.

Il colore è giallo paglierino carico, con netti riflessi dorati. Al naso regala note di burro, mandorla, fiori di campo, noce tostata e legno bagnato. Interessante la componente minerale che emerge col trascorrere dei minuti e che va a sciogliersi in un respiro muschiato. In bocca presenta una buona struttura, ma anche una incredibile freschezza. E’ ancora percepibile, benché lieve, una nota acida, mentre a fare la differenza è la mineralità che accompagna il sorso e che termina in un finale netto e gradevolmente amarognolo.

Un vino davvero straordinario, in grado di stupire anche i palati più esigenti. Non lo azzarderemmo con l’aperitivo, ma lo berremmo sicuramente sulla carne bianca ai ferri o in umido e su piatti a base di pesce particolarmente grassi. Da non sottovalutare in accompagnamento a formaggi di media e lunga stagionatura, anche leggermente speziati.

Le annate recenti di questo nettare possono essere acquistate per una cifra che si aggira intorno ai 20 euro, ma per una 1999 di tal fatta, davvero, non c’è prezzo. Se vi capita a tiro, dunque, non lasciatevelo scappare!

 

  • fotografie di Giuseppe Reppucci

Asili Riserva 2012: Ca’ Del Baio fa rima con Barbaresco

Il Vinitaly si avvicina e noi di Divini Racconti abbiamo cominciato a fare mente locale. Allontanarsi per qualche giorno da casa, d’altro canto, richiede sempre un minimo di organizzazione e quando si parla del Vinitaly, poi, è buona prassi aggiungere un attento lavoro di programmazione.

Le aziende che pensiamo di avvicinare sono tante e certamente se ne aggiungeranno altre di cui al momento ignoriamo addirittura l’esistenza, ma alcune le abbiamo messe nel mirino già da tempo e non intendiamo farcele sfuggire.

Una di queste è Ca’ Del Baio. Interessante realtà del Comune di Treiso (in provincia di Cuneo), produce diverse tipologie di vini, ma eccelle nel campo dei Barbaresco. Qualche tempo fa abbiamo degustato il Barbaresco Autinbej 2014 e lo abbiamo trovato assolutamente gradevole. Oggi, invece, accendiamo i riflettori sul Barbaresco Asili Riserva 2012.

Il colore è rosso rubino con sfumature granata. Il naso offre una bella complessità fatta di piccoli frutti rossi maturi, sentori speziati al pepe nero e alla cannella, accenni minerali e piacevolmente balsamici. In bocca mostra un intrigante tannino, netto ma per niente aggressivo. Il frutto si apre durante il sorso e si allunga fino a regalare un finale importante e leggermente amarognolo.

Si tratta del classico vino da carni rosse e selvaggina, interessante, tuttavia, sui primi piatti da sughi strutturati. Da non sottovalutare, inoltre, abbinato ai salumi e ai formaggi di lunga stagionatura.

Come molti altri vini figli di uve Nebbiolo, anche questo Barbaresco presenta straordinari margini di invecchiamento per cui lasciarlo in cantina per qualche anno potrebbe regalare belle sorprese.

Venendo al prezzo, superiamo i 70 euro a bottiglia. Chiaramente, parliamo di un prodotto di eccellenza non adatto a tutte le tasche, ma sentiamo di darvi un consiglio: se vi dovesse capitare a tiro non lasciatevelo scappare!

Vette 2016: fresco ed intrigante Sauvignon di Tenuta San Leonardo

Com’è andata la Pasqua? Bene? Ne siamo felici. E la Pasquetta? Ne siamo certi: anche meglio! Adesso, però, la breve pausa dal lavoro è finita e non resta che rituffarsi nella routine quotidiana. Nessun dramma, per carità. Ci sarà il 25 aprile, poi il primo maggio e da lì si comincerà a sognare l’estate, ma per il momento è necessario escogitare qualcosa per evitare lo sconforto.

Noi ci affidiamo al solito e vecchio metodo: stappare una buona bottiglia di vino (il più delle volte funziona!).

Ed eccoci, dunque, a rivolgere i calici verso il Trentino – Alto Adige, più di preciso verso il Comune di Avio (in provincia di Trento), per degustare un nettare che amiamo particolarmente: il Sauvignon Blanc. Come spesso capita in territorio italiano, le aziende che ne producono di buona qualità ce ne sono diverse, ma noi abbiamo deciso di puntare sul prodotto di una realtà storica della zona: il Vette di Tenuta San Leonardo.

Il colore è giallo paglierino con eleganti riflessi verdognoli. Il profumo è delicato e aromatico, con un bell’impatto di frutti gialli e fiori di campo e un intrigante allungo speziato e leggermente balsamico. In bocca è pulito e dotato di un discreto corpo. Interessante l’acidità che cede lentamente il passo ad una intensa nota minerale. Il finale è discretamente lungo ed elegante.

Parliamo di un vino davvero versatile. Notevole in versione aperitivo, accompagnando tartine e prodotti da forno freschi, ma assolutamente in grado di tenere un pasto completo a base di pesce. Lo consigliamo sul risotto alla pescatora e sugli spaghetti alle vongole, ma da non sottovalutare sui pesci al forno e i crostacei alla griglia. Ottimo anche sulle carni bianche e i formaggi freschi e di media stagionatura.

Il prezzo è di circa 13 euro in enoteca, una cifra assolutamente alla portata per un vino in grado di reggere anche le tavole più sofisticate. Provare per credere!

 

Syrah e Cabernet, un vino Ardito di nome e di fatto

Torniamo in Italia per tuffarci in un vino che, lo diciamo in premessa, ci ha davvero colpito. Non lo conoscevamo quando ci è stato proposto, ma l’etichetta e il nome ci hanno immediatamente consegnato il senso di un prodotto fiero e deciso (che abbiamo ritrovato all’assaggio): parliamo dell’Ardito dell’Azienda Agricola Baracchi, realtà estremamente interessante con sede a Cortona, in provincia di Arezzo.

E’ un nettare prodotto con uve Syrah e Cabernet Sauvignon che conosce la bottiglia solo dopo una lunga fase di riposo in barriques francesi (circa 20 mesi).

Il colore è rosso rubino intenso, quasi impenetrabile. Al naso emergono con nettezza i frutti rossi maturi, l’amarena in particolare, ma anche la prugna, cui si affiancano delicati tocchi di cacao e vaniglia oltre a stoccate balsamiche e speziate. In bocca è pieno, carico, con un tannino ben levigato ed un frutto che si estende fino a regalare un finale intenso e lungo. Un vino complessivamente equilibrato e dotato di grande personalità.

L’annata che abbiamo degustato è la 2011 e riteniamo abbia raggiunto un buon livello di maturazione. Tuttavia, sarebbe interessante risentirlo tra qualche anno per valutarne l’evoluzione, soprattutto in termini di speziatura.

Con i suoi 14,5%, consigliamo di berlo su carni rosse e selvaggina, oltre che sui formaggi di lunga stagionatura. Da non sottovalutare, però, in veste meditativa.

Quanto al prezzo, ci muoviamo intorno ai 30 euro: non è poco, ma nemmeno eccessivo per un vino di tale livello. Se ne avete la possibilità provatelo!