Fotografie e vendemmia: l’azienda Fiorentino premia l’arte

E’ Luca Daniele il vincitore del “Photocontest Azienda Agricola Fiorentino“. Si tratta della prima edizione del concorso organizzato dalla realtà vitivinicola di Paternopoli che ha visto 6 fotografi avellinesi sfidarsi sul tema della vendemmia.

Gli scatti, infatti, sono stati effettuati nel mese di ottobre del 2016 all’interno dei terreni aziendali, proprio mentre era in corso la raccolta dei grappoli di Aglianico.

La cerimonia di premiazione si è tenuta nella serata di mercoledì presso il D-Wine, noto locale del centro storico di Avellino, in un clima tutt’altro che formale al quale hanno certamente contribuito sia il titolare dell’azienda Gianni Fiorentino che i proprietari del D-Wine, i fratelli Renato e Giuseppe Pergola (con il secondo impegnato nella doppia veste di padrone di casa e partecipante al concorso).

La serata, allietata dagli eleganti vini di Fiorentino e dalle succulente pietanze preparate dallo staff del locale, ha avuto inizio con la proiezione degli scatti proposti dai 6 concorrenti (Luca Daniele, Giuseppe Pergola, Felice Cataldo, Giuseppe Acerra, Emanuela Di Guglielmo e Paolo Pellecchia) commentati dai due fotografi Antonio Bergamino e Federico Iadarola che, insieme a Gianni Fiorentino, hanno giudicato i lavori e decretato l’esito della competizione.

«A vincere -spiega Fiorentino- è stata la fotografia che, a nostro avviso, ha saputo meglio rendere l’atmosfera e la dinamica della vendemmia, ma va detto che tutti gli scatti che ci sono stati sottoposti erano meritevoli di un riconoscimento».

Solo a fine serata è stato reso noto il nome del vincitore, che ha ricevuto dalle mani del giornalista Annibale Discepolo la pubblicazione “Genesi” del fotografo brasiliano Sebastiao Salgado e una confezione con i tre vini prodotti dall’azienda Fiorentino: il rosato “Flavia”, l’Aglianico “Celsì” e il Taurasi.

Da segnalare, inoltre, la presenza in sala del professore Piero Mastroberardino che, commentando le fotografie, ha avuto modo di accendere i riflettori sull’elemento legnoso della vite che, ha eidenziato, «probabilmente più delle mani dei raccoglitori, rende l’idea dello sforzo e della durezza del lavoro nei campi».

«L’idea di dar vita a questo concorso -spiega Fiorentino- è figlia della filosofia aziendale per cui l’arte, la cultura e la bellezza non sono componenti eventuali, ma parti strutturali del discorso vino». Per Fiorentino, dunque, «non è possibile immaginare la viticoltura solo come un fatto industriale e commerciale disgiunto da altri valori» in quanto «questi ultimi, attraverso la contaminazione, rafforzano i primi elementi».

Fiera di Venticano, Nardone: «I nostri torroni dal 1903 e continuiamo a sperimentare»

Ha avuto inizio, nella giornata di ieri, la 40esima edizione della Fiera Campionaria di Venticano. Migliaia di persone hanno partecipato alla prima giornata di lavori, caratterizzata, tra l’altro, dagli interventi dei rappresentanti istituzionali, e particolare successo ha riscosso il capannone che ha ospitato le aziende legate all’associazione Terre d’Irpinia.

Si tratta di una realtà che riunisce 30 aziende irpine operanti nel campo dell’agroalimentare, presieduta dal titolare del prosciuttificio Ciarcia, Vittorio Ciarcia.

Girando tra gli stand ci siamo imbattuti in quello allestito dall’ Antico Torronificio Nardone di Dentecane.
«Siamo giunti alla quarta generazione che opera nel settore-ci racconta il titolare Federico-. I nostri avi hanno avviato l’attività nel lontano 1903 e nel corso degli anni abbiamo lavorato sodo per ottenere prodotti sempre più evoluti». Tantissime le tipologie di dolci proposte: «Andiamo dal torrone con pan di spagna a quello duro, passando per i torroni morbidi, alla frutta e alla crema al limone. L’ultimo nato nella nostra famiglia -aggiunge- è un torrone al pan di spagna imbevuto nello Sherry all’aglianico, un prodotto fortemente legato all’Irpinia, terra di cui l’aglianico è principe».

L’azienda Nardone è ormai affermata dal punto di vista commerciale e Federico ci spiega che «il mercato di riferimento è soprattutto estero (Stati Uniti, Canada, Australia, Germania e Olanda), dove -dice- abbiamo ottenuto molti riconoscimenti, in particolar modo grazie ad un torrone morbido ricoperto da due foglie di wafer».
Ai torroni, nel tempo, sono stati aggiunti altri prodotti: lievitati, come colombe e panettoni, ma anche uova di cioccolato.

«Altra nostra creazione di cui andiamo fieri -sottolinea Federico- è rappresentata da una torta di torrone morbido, con pan di spagna al centro, che proponiamo in otto versioni diverse: la base è alle mandorle e miele, ma la farcitura è varia: dal caffè al gianduia».

Prima di salutarlo, chiediamo a Federico quali siano i problemi legati al mercato italiano.
«Si tratta di problemi di tutti i giorni -risponde-. La gastronomia è quasi sparita nel nostro Paese e ci ritroviamo a fare i conti con la grande distribuzione. Quest’ultima -conclude-, per noi artigiani, è assolutamente deleteria».

Cantine De Santis: la dolce potenza dell’Aglianico

Certi posti sono destinati ad entrarti dentro e rimanerci per sempre. Piccoli rifugi fatti di semplicità, genuinità e schiettezza. Luoghi immediatamente familiari a cui dai del tu ma col rispetto che si deve ad un buon amico.
Ebbene, l’azienda agricola De Santis, di Alberto De Santis, è uno di questi posti.

Per visitarla è necessario recarsi a Montemiletto, nel cuore della contrada Sant’Antonio.

Lo facciamo in una giornata soleggiata, ma con un vento che smorza decisamente la temperatura.

Alberto De SantisAd accoglierci, insieme ad un simpaticissimo cagnolino bianco e nero, è il titolare, Alberto, che si presenta subito per quello che è: un vulcano in eruzione, un fiume in piena. Entusiasta del suo lavoro e desideroso di farcene conoscere i frutti, ci invita immediatamente ad entrare in cantina per assaggiare i vini, e ci tocca quasi arpionarlo per farci raccontare in premessa qualcosa sull’azienda.

Si tratta di una realtà nata nel 2011 e che vede impegnati quotidianamente sia Alberto che il figlio Felice. Tuttavia, il rapporto con la vite è un marchio di famiglia visto che il nonno di Alberto, già negli anni ’30, produceva diversi quintali di uva che prendevano la via del Piemonte dove venivano utilizzati dai produttori locali per tagliare i propri vini.

I terreni di proprietà, coltivati esclusivamente ad Aglianico, sono circa 3 e si trovano tutti nel Comune di Montemiletto. La produzione è di 15mila bottiglie all’anno, suddivise in Aglianico Campania, Campi taurasini e Taurasi “Hellenica”, «ma -sottolinea Alberto- presto saremo pronti anche con il Taurasi riserva».

Il mercato è sia nazionale che internazionale. I vini De Santis, infatti, riscuotono successo in Inghilterra, in Olanda e, da qualche tempo, in Cina, ma anche in Italia si stanno facendo strada, soprattutto nel napoletano dove spesso sono protagonisti di eventi e degustazioni.

L’enologo dell’azienda è il giovane Luigi Sarno.

Entrati in cantina, Alberto allestisce un punto degustazione, ma prima di dare il via alle danze ci mostra un po’ di fotografie incorniciate. Tra queste, quella che lo inorgoglisce di più è probabilmente quella che lo ritrae insieme all’artista Vinicio Capossela, che una sera, dopo aver assaggiato i suoi vini, fece tappa in azienda per acquistarne un po’.

Foto cantinaL’ambiente è familiare. Le bottiglie etichettate sostano a destra e a sinistra del portone d’ingresso, mentre sul retro della sala sono adagiate le barriques. Quindi i serbatoi di acciaio nei quali i vini attendono pazientemente prima di incontrare la bottiglia e finire sul mercato.

Alberto stappa le bottiglie e lascia ossigenare i vini per qualche minuto. Giusto il tempo di far partire una interessante discussione sullo sviluppo del territorio e, più in particolare, del settore vitivinicolo, al quale partecipano anche Ermando Zoina, vicesindaco di Montemiletto, che ci ha fatto strada fino alla cantina, un suo amico e il dottor Rino Iapicca che da qualche tempo collabora con Alberto.

La chiacchierata ci rapisce, ma, a un certo punto, è il padrone di casa a riportarci all’ordine iniziando a riempire i calici.Tre Bottiglie De Santis 4

Partiamo con il Campania Aglianico 2015
Il colore è rosso rubino intenso, quasi impenetrabile. Al naso regala frutti rossi maturi: ribes, ciliegia, mora, ma si avverte nettamente anche una piacevole nota speziata.
In bocca si mostra leggermente tannico all’ingresso, ma complessivamente è gradevole, equilibrato. Buona l’acidità. Il retrogusto è vagamente amarognolo.
E’ un vino che fa solo acciaio e che mantiene benissimo i suoi 13,5 gradi alcolici. Da bere assolutamente su un buon ragù di carne.
Sull’etichetta, disegnata da Fabio Pirone, campeggia l’impronta di una zampa di lupo, simbolo dell’Irpinia.

Campi Taurasini 2012
Il colore è rosso rubino intenso con riflessi granati. Al naso offre piacevoli note floreali e fruttate, con una bella venatura di vaniglia. Interessante la traccia di pepe nero che fa capolino in una esplosione di amarena.
In bocca è vellutato, morbido. L’ingresso è dolce e gradevole. Buona la persistenza, interessante la nota tostata sul finale. Un vino da bere, con tutti i suoi 15 gradi, davanti ad una bistecca ai ferri o assaporando formaggi di media e lunga stagionatura.
Al risultato finale contribuisce sensibilmente il periodo di circa 15 mesi in cui riposa in barriques.
Sull’etichetta è rappresentato un quadrifoglio.

Taurasi “Hellenica” 2012
E’ certamente il campione di casa. Un vino di colore rosso rubino impenetrabile con marcati riflessi granati. Al naso è un concentrato di fiori che hanno raggiunto il massimo grado di maturazione, ma è notevole anche la nota fruttata, con l’amarena e la prugna in primo piano, senza dimenticare i bei riflessi di tabacco e cioccolato fondente.
In bocca si mostra assolutamente equilibrato. L’ingresso è dolce e il tannino appena accennato è un invito a riprovarlo tra 10 o 15 anni. La sua impronta sembra voler restare in eterno sulla lingua.
Un vino da polenta e selvaggina, ma, con i suoi 15,5 gradi, farebbe una gran figura anche al fianco di salumi e formaggi molto stagionati.
Sull’etichetta in primo piano campeggia una clessidra che copre un volto di donna stilizzato.De Santis Alberto Vigneto2Dopo la degustazione, con lingua e narici ancora in fermento, decidiamo di fare tappa in uno dei vigneti. Si trova in una posizione stupenda, a circa 350 metri d’altezza di fronte al Comune di Taurasi. Poco più in basso c’è il Calore che scorre placido, mentre tutto intorno è vegetazione rigogliosa che regala un profondo senso di pace.

Alberto ci mostra il terreno: «E’ argilloso –dice- e stressa molto le radici delle viti consentendo, così, la produzione di uve davvero eccezionali».

Ce ne stiamo a parlare cullati dal vento per circa mezzora, durante la quale Alberto ci racconta aneddoti legati alla vendemmia e, più in generale, al lavoro nei campi.

Quando è il momento di salutarci per tornare al nostro lavoro, come sempre, ci coglie una vena di tristezza. Alberto, però, ci invita a tornare a trovarlo, per cui passa in un lampo.

Bosco De’ Medici: quei favolosi vini figli del Vesuvio

Il Vesuvio è lì, a due passi. Somiglia a un gigante taciturno che un po’ coccola un po’ minaccia chi gli si avvicina. Sopra di lui il cielo è azzurro e largo, sotto il verde dei vigneti è macchiato dal giallo delle ginestre e degrada verso la città.

Siamo a Pompei, luogo che non ha bisogno di presentazioni, il cui nome, in tutto il mondo, oltre ad evocare le immagini della devastazione di cui è capace la natura, è sinonimo di cultura, storia e arte.

Pompei, però, merita di essere ricordata anche per i vini che vi si producono, grazie al duro lavoro portato avanti negli anni da aziende vecchie e nuove che hanno deciso di puntare tutto sulla qualità del prodotto.

ingresso bosco de mediciTra le nuove, anzi nuovissime, c’è sicuramente Bosco De’ Medici, realtà figlia della collaborazione tra la famiglia Monaco e la famiglia Palomba. Il nome, tuttavia, è legato ad un’altra famiglia, la blasonata de’ Medici di Firenze, di cui un ramo si trasferì nel Regno di Napoli e si impegnò molto per far crescere, in termini qualitativi, le produzioni vinicole della zona.

Si tratta di un’azienda davvero interessante che, dopo lunghi anni passati a conferire le proprie uve, nel 2013 ha iniziato a produrre vino. Del 2014 è la prima annata imbottigliata, ma quella del 2015, che ha visto l’avvio della collaborazione con l’enologo Vincenzo Mercurio, può essere considerata la vera prova generale.

Bosco De’ Medici oggi, a distanza di soli tre anni dall’esordio, è pronta a ritagliarsi il suo spazio nel mondo del vino che conta, e la determinazione di chi la dirige porta a scommettere, con una certa tranquillità, sul suo futuro.
Ma andiamo con ordine.

Arriviamo davanti al cancello dell’azienda in una mattina carica di sole ma battuta da un vento impetuoso e gelido. Ad attenderci è uno dei due soci, Giuseppe Palomba, che ci regala un mini tour grazie al quale scopriamo che, oltre all’azienda agricola, c’è un complesso di strutture di proprietà composto da un resort vista vulcano e un maneggio vista scavi.

Notiamo anche una struttura in costruzione: «Ospiterà la cantina –ci spiega Giuseppe-, ma ci saranno anche spazi dedicati alla ristorazione e alla degustazione di vini».

Mentre chiacchieriamo, ci raggiunge Antonio Russo, responsabile commerciale e comunicazione. Con lui iniziamo ad affrontare l’argomento vino. L’azienda produce circa 12mila bottiglie l’anno, suddivise in Lacryma Christi bianco, Lacryma Christi rosso, Pompeiano bianco e Pompeiano rosso.

ScaviIl potenziale è di oltre 50mila bottiglie, considerati i circa 6 ettari di vigneti di proprietà, «ma per il momento – ci spiega Russo – preferiamo non fare il passo più lungo della gamba e ci concentriamo su un numero più gestibile».
Ce ne andiamo un po’ in giro e raggiungiamo la zona del maneggio. L’emozione ci assale all’istante quando notiamo che gli scavi della antica Pompei sono praticamente ad un palmo e che una struttura romana emersa solo in parte prosegue addirittura sotto i nostri piedi.

Antonio veste i panni dell’archeologo e inizia a spiegarci le meraviglie delle stratificazioni, e noi, come scolaretti disciplinati, ce ne stiamo volentieri ad ascoltare. La lezione, però, dura poco perché nel frattempo ci ha raggiunti l’altro socio, Antonio Monaco, insieme al quale decidiamo di fare tappa tra le vigne.

Dall’azienda ai vigneti ci sono solo 3 chilometri, ma è come passare da un universo all’altro. Ci lasciamo alle spalle case, negozi, traffico, pedoni e frenesia, e ci inoltriamo nel verde, puntando dritti verso il Vesuvio.

Antonio MonacoGiunti a destinazione, ad una quota di circa 250 metri, ci incamminiamo tra i filari di Piedirosso, Caprettone, Falanghina e Aglianico, facendoci cullare dal vento e dall’odore dell’erba e delle ginestre.

Le viti, rigorosamente a piede franco, disposte a tendone e a spalliera, sono molto datate, quasi secolari, ma ci sono anche impianti più recenti che, comunque, non hanno meno di 30 anni.

E’ la pace a regnare in questo luogo e la presenza del Vesuvio non è mai parsa così rassicurante.
Il terreno è, manco a dirlo, vulcanico, di un nero intenso che lascia spazio a grigie striature sabbiose.

Ci perdiamo per qualche istante con lo sguardo e con la mente in tanta bellezza, ma ci ridestiamo quando notiamo Antonio Monaco avvicinarsi in compagnia di qualcuno.

Antonio AnotnioEbbene sì, è un altro Antonio (il terzo della giornata), vulcanico (è il caso di dirlo) fattore che cura questi vigneti da quando era un ragazzo. Il lavoro da fare è tanto, per cui non si trattiene molto con noi: giusto il tempo di un saluto, di lasciarci leggere sulle sue mani la fatica della vita contadina, ma anche di farci scorgere, in quello sguardo vispo e intuitivo, la soddisfazione per un risultato raggiunto.

Ce ne staremmo l’intera giornata a passeggiare tra i filari chiacchierando con il buon Antonio, ma il tempo stringe e ci attende il momento della verità: l’assaggio dei vini. Torniamo, perciò, in azienda e diamo inizio ai lavori.

Lachryma Christi bianco “Lavaflava” 2015
(Caprettone e Falanghina)
Il colore è giallo paglierino con riflessi dorati e lievi striature verdognole. Al naso emerge un bel frutto maturo, il gelso bianco, la mela, il pompelmo. In bocca a spiccare è la sapidità che produce, all’ingresso, una sensazione leggermente amara che, però, si addolcisce sul finale.
E’ un vino di facile comprensione, versatile, che potrebbe accompagnare un pranzo dall’aperitivo al secondo.
Pompeiano bianco “Pompeii” 2015
(Caprettone e Falanghina)
Il colore è giallo paglierino intenso con marcati riflessi dorati. Al naso è meno diretto del “Lavaflava”, anteponendo una nota iodata al frutto maturo che emerge lentamente. L’ingresso in bocca è caratterizzato dalla sapidità, al punto da sembrare lievemente tannico. Nel complesso, però, è rotondo ed equilibrato, con un finale di mandorla amara. Buona la persistenza. Bottiglie buone

Lachryma Christi rosso “Lavarubra”2015
(Piedirosso e Aglianico)
Il colore è rosso rubino scarico. Al naso presenta immediatamente note floreali di viola, ma è notevole anche il frutto (amarena e amarena sotto spirito). Interessante la sensazione balsamica che anticipa l’arrivo di una lievissima sfumatura speziata.
In bocca l’impatto è immediato, semplice. E’ un vino che si lascia bere sul momento e che, probabilmente, servito ad una bassa temperatura, potrebbe accompagnare anche portate di pesce importanti.

Pompeiano rosso “Pompeii” 2015
(Piedirosso 95% Aglianico 5%)
Il colore è rosso rubino intenso con riflessi granati. Al naso dona piccoli frutti rossi come ribes e mirtillo, ma anche una gradevole sensazione di salsedine. In bocca è pieno, morbido, vellutato e sorprende per la spiccata acidità.
E’ un vino pronto, da bere sul momento, ma potrebbe regalare sorprese con qualche anno di invecchiamento.

Che dire, l’azienda Bosco De’ Medici ci ha davvero colpiti per cui ci ripromettiamo di tornarci alla prima occasione utile. Adesso, però, non ci resta che rimetterci in viaggio verso la nostra Irpinia, con gli occhi carichi di meraviglia e una meravigliosa sensazione di benessere (il vino, probabilmente, sta iniziando a fare effetto!).

 

«Cresciuto tra i vigneti con l’amore per il vino»: la storia di Mimmo, la storia di Nardone Nardone

«Sono cresciuto tra i vigneti di mio nonno, il vino ha sempre avuto un ruolo importante nella mia vita». Domenico (Mimmo) ci accoglie presso la sua azienda, la Nardone Nardone, in una bella mattinata di sole che sembra voler annunciare l’approssimarsi della primavera.

Siamo in Irpinia, nel cuore dell’area industriale di Dentecane, frazione di Pietradefusi.

L’azienda agricola Nardone Nardone è nata nel 2006, ma, ci spiega Mimmo, «la mia famiglia ha sempre avuto dei vigneti di proprietà».

L’amore per la terra gli è stato inculcato da nonno Domenico, contadino, quindi papà Vincenzo, agronomo, lo ha educato alla conoscenza dei vini e della loro produzione.

Oggi Mimmo, giovane pacato e riflessivo, gestisce l’azienda e si adopera per far arrivare i suoi prodotti sulle tavole di tutto il mondo. Al mercato italiano, infatti, si affianca quello estero con esportazioni in Australia, in Inghilterra e negli Stati Uniti (soprattutto nella Carolina del Nord e nella Georgia).

«Gli ettari di proprietà –ci racconta- sono 10, per una produzione complessiva di circa 35-40mila bottiglie all’anno».

Cinque i vini di casa: Aglianico Doc e Taurasi per i rossi, Fiano di Avellino, Greco di Tufo e Falanghina per i bianchi.

«I vigneti dei rossi -dice Mimmo- si trovano a Torre le Nocelle. Utilizziamo un allevamento a cordone speronato che ci dà una resa minore, ma migliora la qualità dell’uva. Siamo sui 70-75 quintali per ettaro».

Per quanto riguarda i bianchi, invece, le zone da cui arrivano le uve sono diverse: la Falanghina proviene da Pietradefusi (Contrada Vertecchia), il Greco da Santa Paolina e il Fiano da Grottolella. «Puntiamo su un allevamento a Guyot -sottolinea Mimmo-, con una resa pari a 80 o 90 quintali per ettaro».

L’azienda Nardone Nardone non utilizza barriques. I rossi riposano in grandi botti di rovere per un tempo variabile legato all’annata e, soprattutto, all’usura della botte (primo o secondo passaggio), mentre i bianchi fanno solo acciaio.

Nardone Nardone 110Gironzoliamo per i locali, lanciando un occhio ai vini esposti, e a un certo punto ci dirigiamo verso una sala degustazione in fase di allestimento che sarà inaugurata nei prossimi mesi. «Stiamo lavorando per essere pronti il prima possibile -ci spiega Mimmo-, ma manca ancora qualche piccolo ritocco».

Noi, però, non abbiamo intenzione di attendere dei mesi per fare un assaggio dei suoi vini, per cui gli chiediamo di stappare una bottiglia.

Mimmo ci fa accomodare e va a recuperare un Taurasi 2010. Lo stappa e lo versa in un decanter. Attendiamo qualche minuto che l’aria faccia il suo effetto, quindi decidiamo di dare il via all’assaggio.

Il colore è rosso rubino intenso, quasi impenetrabile, con riflessi granati. Al naso emergono fiori in piena maturazione, frutta secca, prugna, miele e una delicata nota speziata. In bocca, invece, presenta un ingresso leggermente tannico, ma non aggressivo. Il finale è pieno, buona la persistenza. Spiccano i frutti di bosco, l’amarena e, soprattutto, la prugna matura.

NArdone Nardone 54Dopo il primo assaggio lo lasciamo riposare nel calice per qualche minuto. Quindi ripetiamo l’operazione e notiamo subito che il tannino si è ammorbidito, mentre il vino ha assunto un maggiore equilibrio.

Il Taurasi ci ha davvero soddisfatto e ci piacerebbe riprovarlo a distanza di qualche anno per verificarne l’evoluzione.

Scambiamo qualche parere sull’assaggio, poi la porta si apre ed entrano degli avventori. Mimmo si allontana per dedicarsi a loro, mentre noi ne approfittiamo per uscire all’aria aperta e godere del bel sole che, dopo il freddo di queste settimane, riscalda il cuore oltre che la pelle.Nardone Nardone 119

Ce ne stiamo lì a rilassarci per un po’ e ci troviamo così bene che vorremmo restarci a lungo, ma, purtroppo, il tempo a disposizione non ci è amico. Appena Mimmo si libera, dunque, torniamo dentro per salutarlo e dargli appuntamento per il giorno dell’inaugurazione della sala degustazione.

Che dire, l’azienda Nardone Nardone è stata davvero una bella scoperta e siamo certi che, anche nel futuro, avrà tante cose da dire. Ce ne andiamo ripensando al Taurasi degustato, il cui ricordo ci è rimasto impresso nella mente e, soprattutto, sulla lingua, e ci ripromettiamo, per la prossima volta, di assaggiare anche gli altri prodotti.
Sia chiaro, non è golosità la nostra: è solo questione di par condicio!

L’eleganza dell’Aglianico in ogni sua forma: signore e signori, l’azienda Fiorentino!

Se dovessimo scegliere un solo aggettivo per descrivere l’azienda agricola Fiorentino, sceglieremmo senza dubbio elegante. Elegante la struttura, disegnata dall’architetto Angelo Verderosa, elegante il padrone di casa, Gianni Fiorentino, uomo dotato di un garbo d’altri tempi, eleganti i vini, così sobri, così riconoscibili.

Muovendo da Avellino, dopo aver percorso una trentina di chilometri lungo l’Ofantina, si arriva a Paternopoli, nell’areale probabilmente più vocato d’Irpinia per la produzione di Aglianico.

Giungiamo presso l’azienda Fiorentino in una giornata uggiosa che, tuttavia, ci grazia dal punto di vista della temperatura. Ad accoglierci è un simpatico cagnone bianco, che anticipa di pochissimi secondi il titolare, Gianni.

Il primo impatto con la struttura è sorprendente. Una linea moderna, costruita con tecniche di bio-architettura, in cui a spiccare è l’utilizzo del legno, che si estende in un triangolo di terra delimitato da due ulivi alla base e un pino in punta.

AZIENDA«Il terreno su cui ci muoviamo –dice Gianni- è il frutto dei sacrifici fatti da nostro nonno Luigi che agli inizi del ‘900 è emigrato in America, stabilendosi a Chelsea alla ricerca di fortuna».

Gli ettari di proprietà oggi sono 4, quasi tutti nel Comune di Paternopoli, tranne una particella che ricade nel Comune di Torella. Presto, però, si arriverà a quota 7 ettari, vista la recente acquisizione di due vigneti.
La produzione, per il momento, sfiora le 15mila bottiglie, ma l’obiettivo è quello di arrivare ad una cifra tra 20 e 25mila.

In casa Fiorentino il vino si è sempre prodotto, ma solo nel 2012 Gianni e i fratelli hanno deciso di dar vita all’azienda e di puntare sul vitigno principe della zona, l’Aglianico, anche se, ci svela, «recentemente è stata piantata anche della Coda di Volpe che nel giro di pochi anni sarà in produzione».

SERBATOILa prima tappa del tour è nell’area operativa dell’azienda, dove arriva l’uva per per essere sottoposta ai primi trattamenti. Di qui si passa nella sala attigua dove, all’interno di fermentini e serbatoi d’acciaio a temperatura controllata, il vino fermenta ed inizia a stabilizzarsi.
Dunque, l’incantevole bottaia, in cui barriques e botti grandi caratterizzano il contesto consegnando una sensazione di pace.

«Si tratta di barriques di secondo e terzo passaggio –ci spiega Gianni- per evitare che il legno nuovo abbia un impatto troppo aggressivo sui vini». E’ qui che avviene la malo-lattica ed è sempre qui che prosegue la maturazione dell’Aglianico prima di finire in bottiglia.

BOTTAIACi perdiamo per qualche minuto in quell’ambiente rilassante e sembra di sentire il vino sussurrareci qualcosa all’orecchio. Ci lasciamo cullare a tal punto che quasi trasaliamo quando Gianni ci invita a raggiungere il piano superiore attraverso una scala di metallo.

Accogliamo l’invito e ci ritroviamo nella sala esposizione dell’azienda, dove i vini, già imbottigliati, si preparano ad essere messi sul mercato e, nel frattempo, continuano il loro affinamento. La sala in cui ci troviamo funge anche da punto vendita, perciò approfittiamo per chiedere a Gianni se, come altri produttori locali, l’azienda Fiorentino sta puntando al mercato estero. «Certo –risponde- abbiamo già preso contatti in Germania, Svizzera, Paesi Bassi, Polonia ed Estonia, ma presto andremo a Washington, negli Stati Uniti, al seguito di Daniele Cernilli. Evidentemente –prosegue- puntiamo a mercati che possano comprendere i nostri vini, così importanti e strutturati».

ESPOSIZIONEContinuiamo a chiacchierare amabilmente, fino a quando arriva il momento della degustazione. Dal punto in cui siamo, salendo pochi scalini e superando una porta di vetro si arriva in una bella sala che Gianni ha già attrezzato per l’occasione. I vetri tutto intorno e quelli posizionati sul pavimento regalano belle vedute delle botti e dei serbatoi al piano inferiore, ma a rendere l’ambiente incantevole è il verde che circonda la struttura su tutti i lati esposti.

Gironzoliamo un po’ per la stanza e approfittiamo anche per una rapida sortita fuori al terrazzo che dà sull’ingresso, prima di prendere posto al tavolo dove i tre vini di casa, il Flavia, il Celsì e il Taurasi, sono già pronti per essere versati nei bicchieri.

Partiamo con il Flavia, vino dedicato ad una nipotina di Gianni. E’ un Aglianico rosato dal colore intenso e brillante tendente all’arancio. Al naso si sente la presenza alcolica, ma ad emergere è soprattutto il sentore di mela matura che sfuma in una bella nota agrumata. In bocca è leggermente tannico, ma dotato di una buona acidità che lo rende fresco. E’ un vino estremamente interessante, che alla potenza di un rosso mescola l’agilità di un bianco. Si sposa a meraviglia con la fantastica soppressata che Gianni ha ben pensato di tirare fuori. BOTTIGLIE

Il secondo vino che assaggiamo è il Celsì, Aglianico Doc dedicato a nonno Luigi (emigrato a Chelsea).
Il colore è rosso rubino impenetrabile con riflessi granati. Al naso mostra una bella complessità: frutti rossi maturi, vaniglia, spezie, pepe nero, cuoio. In bocca è morbido, lievemente tannico, dal finale lungo. Come il rosato che abbiamo assaggiato in precedenza, ha una gradazione alcolica del 13,5%, ma è dotato di una discreta acidità che lo rende amabile. Col trascorrere dei minuti si apre e il tannino avvertito in prima battuta si fa vellutato.

Dunque il terzo ed ultimo vino, il Taurasi. Si presenta in un colore rosso rubino intenso, quasi impenetrabile, con marcati riflessi granati. Al naso è un’esplosione di frutti rossi, ciliegia soprattutto, ma si avvertono nettamente anche il cioccolato fondentee le spezie. Interessante il ritorno di amarena sotto spirito.

In bocca è incredibilmente delicato, con un tannino che neanche al primo impatto risulta aggressivo. E’ un vino che può vivere a lungo e ci piacerebbe assaggiarlo tra una decina d’anni per verificarne l’evoluzione.

«Il nostro obiettivo –dice Gianni al termine della degustazione- era ed è quello di produrre vini che pur conservando le caratteristiche del territorio possano piacere al pubblico. Per questa ragione, abbiamo pensato di rivolgerci ad un enologo toscano, Lorenzo Landi, che è in grado di regalare ai vini una sobrietà ed un’eleganza notevoli».

Non possiamo che condividere le sue parole, per cui, quando è il momento di andare, lo facciamo un po’ a malincuore. Ci dirigamo verso la machina lanciando uno sguardo al verde che ci circonda, mentre il cagnone che ci ha acolti all’arrivo si avvicina scodinzolando per salutarci. Lo coccoliamo un po’, quindi gli consegnamo quello che suona come un avvertimento: ci rivedremo presto!

La Cantina di Enza: benvenuti nel meraviglioso regno della Volpe Rossa

Entusiasmo, passione, amore per la terra, caparbietà e un grande intuito. Tutto questo è Enza Saldutti, vulcanica titolare dell’azienda La Cantina di Enza che sorge in Contrada Torre a Montemarano (Av). Una realtà giovane, nata nel 2011, anche se figlia dell’esperienza di 4 generazioni di vignaioli, nella quale lavorano Enza e suo padre, Vincenzo, e che complessivamente produce poco più di 4mila bottiglie all’anno.

I trattamenti sono ridotti al minimo, e dopo aver raggiunto la certificazione biologica si prosegue lungo la strada che conduce al biodinamico.

«Il lavoro -ci dice Enza- è quotidiano e va fatto nella terra, tra le vigne. Bisogna saper ascoltare quello che la natura dice e ricordare che per ricevere del bene da lei devi trattarla bene».

La produzione, come detto, è estremamente limitata, ma offre autentici gioielli: Aglianico Doc, Taurasi, Coda di Volpe bianca e la rarissima Coda di Volpe rossa (e non manca una, seppur esigua, produzione di Fiano e Trebbiano).

Circa 2mila sono le bottiglie di Aglianico denominato “Passione“, 1.500 quelle di Taurasi “Padre”, quindi le 500 bottiglie di Coda di Volpe Bianca “Quarta Generazione” e a chiudere le sole 250 bottiglie di Coda di Volpe Rossa “Volpe Rossa“. La cantina di enza 4

«Gli ettari di proprietà -ci spiega Enza- sono circa 4. Due di questi sono vecchia raggiera postfillossera e comprendono, oltre ai cloni dell’Aglianico locale, le piante ormai centenarie di Coda di Volpe bianca e rossa».
La nostra curiosità è tutta rivolta al Coda di Volpe Rossa ed Enza, sul punto, è sincera: «L’intuizione di tenerla, anche quando ci fu la possibilità di usufruire dei contributi della Comunità Europea per i nuovi impianti, è stata di mio padre. E oggi posso dire che è stata una gran bella intuizione».

Mentre parliamo ci incamminiamo in mezzo ai vigneti, ordinatissimi, curati come fossero figli, accoglienti. E’ una passeggiata rigenerante e se non fosse per il freddo che inizia a penetrare nelle ossa in questa giornata uggiosa di inizio febbraio ce ne staremmo per ore a contemplare il paesaggio: di fronte a noi una magnifica veduta del Comune di Castelfranci.

Enza è legatissima al territorio e ricorda che scelse in maniera convinta di percorrere la strada dei contadini, seguendo le orme sapienti del padre, malgrado la tentazione iniziale di iscriversi a Giurisprudenza e tentare la carriera nel mondo dell’avvocatura (meno male che non lo ha fatto!).

Naturalmente, Vincenzo, uomo riflessivo e taciturno, è la vera e propria radice da cui si sviluppa l’azienda, visto che «ha rivoltato -ci racconta Enza- ogni zolla di questi terreni da quando aveva 10 anni». LA cantina di Enza

Il momento della vendemmia, che da queste parti, anche per i bianchi, arriva molto tardi (in genere mai prima della fine di ottobre), viene stabilito da Enza a seguito del semplice assaggio delle uve. Si tratta di un momento sempre particolare e delicato e in casa Saldutti si tinge di rosa. Già, perché ad aiutare Enza e il padre giungono amiche di famiglia, per nulla inserite nel mondo del vino, «che -ci spiega divertita Enza- con il trascorrere degli anni si sono fatte talmente coinvolgere da non accettare più le mie indicazioni se non sono precedute da una spiegazione».

Entrare in cantina è come entrare in una piccola bomboniera enologica. Un ambiente familiare fatto di botti e bottiglie che circondano l’antico torchio a mano posizionato nel mezzo. Ed è proprio lì che ha inizio la degustazione. Enza stappa il Quarta Generazione 2015, il Volpe Rossa 2012 e il Padre 2011. Dalla botte, poi, ci fa assaggiare il Volpe Rossa 2014 e il Padre 2013.

La Cantina di Enza 22Il Quarta Generazione, che fa una macerazione su buccia, riposa in acciaio per oltre un anno prima di affinare in bottiglia. E’ un vino che sorprende per la sua tannicità, assolutamente poco comune nei bianchi. Al naso è un concentrato di fiori bianchi con ritorni erbacei. In bocca, invece, piuttosto equilibrato con un buon finale e il retrogusto amarognolo. Buone anche l’acidità e la persistenza.

Il Volpe Rossa, invece, fa una macerazione su buccia prima di passare, per almeno 24 mesi, in botte di rovere. Quindi 12 mesi di affinamento in bottiglia per poi finire sul mercato. Si tratta di un vino straordinario e sorprendente. In tutta sincerità, ci aspettavamo un rosso scialbo, quasi inconsistente, sia dal punto di vista della struttura che del colore, e invece abbiamo dovuto fare i conti con un vino rosso rubino intenso di 14 gradi estremamente strutturato. Al naso è frutta rossa matura, amarena e prugna innanzitutto, ma non manca una netta nota vanigliata. In bocca è morbido, vellutato, di ottimo corpo, con tannini presenti ma per nulla aggressivi. Una vera delizia.

Infine il Taurasi “Padre”, che dopo la macerazione spontanea in acciaio, verso la fine dell’inverno passa in botti grandi di castagno e ci rimane per 12 mesi. Quindi il passaggio in botti piccole di rovere esauste per ulteriori 12 mesi prima di concludere l’affinamento per altri 12 mesi in bottiglia. Si tratta di un Taurasi che non le manda a dire. I suoi 14,5 gradi si fanno sentire tutti, ma non aggrediscono il palato. Un vino strutturato, importante, ma con una bella acidità che lo fa sembrare destinato a vivere in eterno. Ottima la persistenza, un degno rappresentante dei migliori Taurasi (d’altro canto ci troviamo nell’areale probabilmente più vocato per tale produzione).La cantina di enza 33

Insomma, tre assaggi assolutamente fantastici. Nel bicchiere ci abbiamo trovato Enza, i suoi terreni, la sua filosofia e questo, al netto dei gusti di ognuno, è la più grande vittoria per un vignaiolo. Ce ne andiamo a malincuore, lanciando un ultimo sguardo a quei vigneti che placidamente degradano verso il fiume Calore con una convinzione: della Cantina di Enza sentiremo molto parlare!

Dal Soave Vintage all’Amarone Classico: la Valpolicella di Bertani seduce l’Irpinia

Un viaggio nei vini della Valpolicella seguendo le orme di uno dei miti dell’enologia italiana: l’azienda Bertani.
L’enoteca Garofalo di Avellino ha ospitato una degustazione destinata a rimanere nel cuore, oltre che sulle papille gustative, di chi vi ha partecipato.

Cinque vini proposti, cinque eccellenze della storica casa produttrice veneta: Soave 2014, Secco Bertani 2013, Valpolicella Ripasso 2014, Amarone Valpantena 2013, Amarone della Valpolicella Classico 2007.
A guidare la degustazione, in maniera brillante, Berardino Torrone, dell’area manager dell’azienda, responsabile per il Centro-Sud.

Foto SoaveLa partenza è stata vintage con l’omaggio al Soave prodotto dalla Bertani negli anni ’30. Vino 100% Garganega, con un grado alcolico di12,5, figlio di una doppia vendemmia ed una doppia vinificazione. Il 40% dell’uva viene raccolta a settembre e vinificata in bianco, il restante 60% ad ottobre e vinificata in rosso. A seguire, un anno di riposo in vasche di cemento. «Questo vino -spiega Berardino- ha accompagnato l’incoronazione di re Giorgio VI e presto sarà riproposto, insieme ai cibi protagonisti di quell’avvenimento, nel corso di una serata a tema che si terrà a Roma».
Il colore è giallo paglierino tendente al dorato, ma non mancano lievissimi riflessi verdognoli. I sentori sono delicatamente floreali, mentre in bocca è frutta matura: pera, pesca e gelso bianco soprattutto. Buona l’acidità, altrettanto la persistenza.

Foto SeccoAccantonato il bianco, si passa al primo rosso in degustazione, senza, però, accantonare il concetto di vintage. Anche il Secco Bertani, infatti, riprende una produzione che risale all’unità d’Italia e, per stile di imbottigliamento, agli anni ’30 del Novecento ed è legata alla storia di famiglia. «I Bertani -racconta Berardino- svolgevano attività politica anti austriaca e per questo furono esiliati in Francia. Lì vennero in contatto con il professor Guyot e appresero le più innovative tecniche di vinificazione. Tornati in Italia, portarono con sé, oltre al bagaglio culturale, anche alcune barbatelle di Cabernet Sauvignon e di Sirah».
Così nasce “il Secco”: 80% Corvina, 10% Sangiovese Grosso, 5% Sirah e 5% Cabernet Sauvignon.
E’ stato decisamente la rivelazione della serata. Nei suoi confronti c’erano meno aspettative rispetto agli altri rossi in degustazione, certamente più noti e blasonati, ma ha sorpreso tutti per morbidezza, equilibrio e quella nota speziata, pepe nero e chiodi di garofano, figlia del Sirah.

Foto RipassoQuindi il Valpolicella Ripasso. Un vino simbolo della zona, prodotto con uve 80% Corvina e 20% Rondinella. Incredibili i profumi di frutta rossa matura, in particolar modo la ciliegia, ma impressionante l’acidità. Un vino che potrebbe invecchiare per decenni senza perdere smalto e che ha accompagnato meravigliosamente il primo piatto (fusilli al forno) servito dal padrone di casa Gerardino Garofalo insieme ad una vasta gamma di stuzzichini e sfizi. Un vino rotondo, vellutato, che fa dei sentori di sottobosco la sua caratteristica più evidente.

Foto ValpantenaDal Ripasso all’Amarone il salto è breve. Ed è subito sorpresa con il cru Valpantena, 80% Corvina 20% Rondinella.
Un vino prodotto a seguito dell’appassimento delle uve e che resta in botti di rovere di Slavonia (e una piccola parte in barriques) 30 mesi prima di incontrare la bottiglia, ma che si mostra giovane ed esuberante. Come per il Ripasso, infatti, ad emergere è l’acidità che gli regala freschezza. La frutta rossa matura (con l’amarena in primo piano) e la frutta secca esplodono in bocca, mentre il finale è lunghissimo ed intenso. Sarebbe interessante riprovarlo tra una decina d’anni.

Foto Amarone ClassicoMa il vero re della serata è stato, come era facile prevedere, l’Amarone della Valpolicella Classico, che, poi, è il vino simbolo di casa Bertani. Un capolavoro che affina 7 anni (6 in botti di rovere di Slavonia, uno in bottiglia) e che regala note nette di ciliegia, di sottobosco e di pepe nero. Si avverte, inoltre, una leggerissima pennellata di liquirizia. I gradi alcolici sono 15, ma la bella acidità che lo caratterizza lo rende gradevole e snello. Un vino che sembra destinato a vivere in eterno, equilibrato e dotato di un tannino morbido e vellutato.

Insomma, il viaggio nei vini Bertani è stato, a dir poco, entusiasmante. E Avellino, per una sera, si è trasformata in uno meraviglioso scorcio della Valpolicella.

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Tenute Casoli: un viaggio nei vini, un viaggio nella storia

Un viaggio nella storia e nei vini d’Irpinia? Basta varcare il grande portone di legno della Tenuta Casoli. Sembra di entrare in una dimensione parallela in cui il tempo ti passeggia a fianco mentre, placidamente, si lascia attraversare, e invece ti trovi in un palazzo signorile del ‘700 che sorge nel centro del piccolo borgo di Candida, in provincia di Avellino.

Esterno portoneAcquistato nel 2005, quando era poco più di un rudere, da quel visionario dell’ingegner Luigi Casoli, oggi è risorto, quasi a voler omaggiare la fenice che, risorta anch’essa dalle sue ceneri, è andata a decorare lo stemma all’ingresso.
«La struttura -ci spiega l’ingegnere- supera, complessivamente, i 1.500 metri quadrati. Da quando l’ho acquistata, il lavoro di recupero è stato continuo e rigoroso, ma oggi, malgrado ci sia ancora qualcosa da fare al piano superiore, i risultati sono evidenti».

Nel 2007, l’ingegner Casoli decide di affiancare all’amore per l’arte e per l’antiquariato, quello per il vino e dà vita, insieme ai figli Archimede e Antonella, all’azienda agricola. Un’azienda giovanissima, dunque, che grazie ai 13 ettari di proprietà e all’uva aglianico acquistata nell’areale di Taurasi, riesce a mettere sul mercato ogni anno circa 100mila bottiglie dei più prelibati vini irpini.

«I terreni di proprietà destinati al Greco di Tufo -ci dice- sono suddivisi tra i Comuni di Tufo, Santa Paolina e Montefusco. Quelli per il Fiano, invece, sono qui a Candida».

scalaLo abbiamo detto in premessa, entrare nella struttura significa tuffarsi nella storia, e così, appena dentro, si rimane folgorati dalla scala settecentesca posizionata al centro della sala e che, biforcandosi, porta al piano superiore. Immediatamente sulla destra, invece, una porta di legno conduce in quello che presto sarà un museo contadino.

«Siamo ancora in fase di allestimento, ma già sono disponibili strumenti risalenti all’800 e alla prima metà del ‘900 (tini, torchi, botti, un’antica deraspatrice e un incantevole granaio). Ritengo che i giovani debbano conoscere la storia contadina, che è poi la storia di queste terre, e le condizioni in cui vivevano, senza voler andare troppo indietro negli anni, i nostri padri e i nostri nonni».

deraspatriceDi fronte al museo contadino, dunque sul lato sinistro rispetto all’ingresso, una sala degustazione che fonde materiali moderni a pezzi d’antiquariato come il bellissimo mobile bar in stile deco o l’antico tappabottiglie.

Ce ne andiamo in giro per la struttura finché non raggiungiamo l’incantevole bottaia in cui riposa l’aglianico destinato a divenire Taurasi e Taurasi riserva.
Meravigliosa anche la cantina scavata nella roccia, che dà la sensazione di un piccolo mondo a sé, dove a regnare sono il silenzio, il buio ed uno strato di polvere che avvolge le bottiglie come un soffice velo.

cantinaL’ingegner Casoli, quindi, ci conduce verso la parte operativa dell’azienda, quella che dà sul lato posteriore dell’edificio, dove l’uva, dopo essere arrivata, grazie a costosissimi macchinari di ultima generazione, subisce tutti quei trattamenti che la trasformano nel nettare meraviglioso che oggi tutti conosciamo. Sempre lì, inoltre, riposano in grandi contenitori d’acciaio i vini bianchi di casa.
«Non è stato semplice organizzare i lavori -ci racconta- perché abbiamo dovuto tenere insieme le esigenze legate alla ristrutturazione di un edificio storico con quelle legate alla funzionalità e alla produttività di un’azienda agricola».

Non dubitiamo degli sforzi compiuti, ma i risultati sono davvero entusiasmanti.
Il primo piano, che ospiterà cucine professionali per il catering, sale per eventi e anche una casa vacanze, non lo visitiamo perché è ancora oggetto di lavori, ma strappiamo all’ingegnere la promessa di un invito non appena sarà tutto pronto.
Il tanto parlare, naturalmente, ci ha fatto venire sete, così decidiamo di tornare nella sala degustazioni per assaggiare qualcosa. L’ingegnere stappa un Greco di Tufo “Le crete” del 2014. Prima di berlo, però, incontriamo il giovane enologo dell’azienda, Luigi Picariello, passato casualmente da quelle parti. Gli chiediamo dell’ultima vendemmia e ci racconta della grande selezione fatta in vigna: «Le abbondanti piogge di settembre -ci spiega- ci hanno costretti a scartare tantissimi grappoli per tenere alto il livello qualitativo del vino, ma abbiamo fatto un buon lavoro: sono soddisfatto del risultato».

tavolo buonaLuigi si allontana e noi ci accomodiamo ad un tavolo e passiamo all’assaggio del Greco. Viene fuori un vino che, complici la giovane età e il freddo della cantina in cui ha riposato, al primo impatto mostra quella mineralità leggermente aggressiva che colpisce i neofiti ma entusiasma gli amanti del Greco. Il colore è giallo paglierino intenso con riflessi dorati e i profumi, in prima battuta lievissimi, si aprono col trascorrere dei minuti e fanno emergere chiare note floreali e sentori di frutta esotica.
Continuiamo a sorseggiare, accompagnando il vino con qualche tarallino, mentre prende il via una discussione sullo sviluppo, il turismo e la promozione del territorio. Tra una chiacchiera e l’altra giunge il tempo di chiudere la visita. Ci alziamo, ma prima di andare via stringiamo un patto con l’ingegner Casoli per cui saremo presenti alla prossima degustazione.

Esterno feniceUsciamo dal palazzo, accecati da un sole potente che, però, non riesce a riscaldare l’aria gelida, e ripensiamo all’esperienza appena vissuta. Ci dirigiamo verso la macchina lanciando un ultimo sguardo alla fenice che sorveglia il portone. Sembra quasi che voglia accompagnarci. O forse no, ci sta solo invitando a tornare.