Piandaccoli, l’amore e la storia: a spasso tra gli autoctoni rinascimentali

I vitigni autoctoni rinascimentali della Toscana che, attraversando la storia, vanno a riconquistare un ruolo di primo piano nel panorama vitivinicolo italiano. Di questo e di tanto altro abbiamo discusso con il dottor Giampaolo Bruni, leader e anima dell’azienda agricola Piandaccoli.

Dottor Bruni, qual è la storia dell’azienda?

«La nostra storia comincia nell’anno Mille circa. A quel tempo, quella che fu poi la tenuta di Piandaccoli, era una struttura religiosa e tale rimase fino ai primi dell’Ottocento. Già allora i monaci coltivavano la vite e producevano vino nei terreni della tenuta. Successivamente, dopo l’espropriazione da parte di Napoleone dei beni della chiesa, si susseguirono nella proprietà alcune nobili famiglie di Firenze. Fu infine agli inizi degli anni ’50 che mio suocero, Giovanni Dorin, gentiluomo discendente da un’antica famiglia fiorentina d’origine veneziana, acquistò la tenuta come riserva di caccia e residenza di campagna. Allora era una fattoria dove lavoravano più di trenta dipendenti e si produceva un buon Chianti, molto beverino».

 Da quel “Chianti beverino” ad oggi come si arriva?

«Ricordo che in occasione di una vacanza presso la villa di famiglia, come si era soliti fare ogni estate, mentre passeggiavo con il cane immerso nella calma dei vigneti, mi resi conto che il tempo ormai li aveva compromessi. Gli anni erano trascorsi per il Nostro e le sue forze non gli consentivano più di affrontare le sfide dell’azienda vinicola. Fui assalito dalla tristezza e pensai che fosse doveroso riportare tutto ad un livello di eccellenza, per il rispetto che le radici familiari, da anni legate a quei luoghi, meritavano».

E così fu.

«Sì. Mi decisi ad affrontare l’ingegnere, capitano di azienda nel settore dei compressori frigorifero e dal carattere un po’ burbero, proponendomi come possibile affittuario. Lui, da gentiluomo di altri tempi, si propose di pensarci su, per poi annunciare che il massimo dell’affittanza che poteva fare era di 35 anni e che avrei dovuto pagare per 200 ettari di azienda un canone annuo di 7mila euro (me ne concesse l’acquisto solo negli anni seguenti). Nel siglare il contratto mi disse ”E ora caro dottore si dia da fare!” (lo stile di casa era formale e assolutamente impostato sul Lei)».

Lei, dunque, accettò quella sfida. Giusto?

«Era come invitare il cavallo a correre e rapidamente misi insieme tutti i miei contatti del mondo universitario dal quale provengo procedendo immediatamente con uno studio geologico dei terreni. Fu allora che scoprii il vero valore di quel generoso ed unico terroir e perché, per quanto semplici e di “vecchio stampo”, i vini della tenuta fossero da sempre stati apprezzati».

 Lo spieghi anche a noi.

«Qui nel Miocene aveva la foce l’emissario di un grande ghiacciaio che copriva mezza Europa e nel suo percorso si portava dietro sassi da ogni origine e composizione, mineralizzando in questo modo i terreni. Ancora più importanti sono però le cinque fenditure che tagliano la tenuta, profonde fino a 50 metri, scavate appunto da questo fiume preistorico là dove incontrò terreni e rocce più friabili. Questi accoli (da cui il nome della zona Piandaccoli) o “borri”, come solitamente si chiamano in Toscana, sono delle formazioni geologiche che nascono e si esauriscono nei confini della tenuta creando un microclima irripetibile nei nostri vigneti. Le differenze di temperatura presenti fra cima e fondo generano dei refoli, leggeri brezze, che in condizioni normali favoriscono grandi escursioni termiche giorno notte, ma agiscono invece come mitigatori in caso di temperature estreme e pericolose, sia d’inverno che d’estate. Inoltre favoriscono equilibrio e bilanciamento nelle maturazioni delle uve, ingentilendo i tannini e trasportando aromi boschivi e minerali che infine ritroveremo nei complessi bouquet dei vini. Un’eccellente combinazione, unica e fortunata».

Perché ha deciso di puntare sui vitigni autoctoni rinascimentali?

«Questa decisione non è assolutamente frutto dell’improvvisazione, ma piuttosto di un’infinita sessione di studio con il professor Bandinelli, cattedra di Enologia all’Università di Firenze. Studi alla mano sulle caratteristiche dei terreni, egli mi propose l’impegno sui vitigni autoctoni completamente persi al seguito dell’epidemia di fillossera negli anni fra il 1830 e il 1880, i cui vinaccioli furono rinvenuti nelle tombe dei Medici. Un progetto di ricerca ne aveva effettuato la mappatura genetica, identificandoli come varietà estinte diverse dal Sangiovese e ne aveva infine riportato alla luce alcune barbatelle tramite un lungo procedimento di innesti. Avevamo a disposizione le uve che davano alla luce i vini sorseggiati dai nobili fiorentini del passato, addirittura dai Medici!».

E’ stato un bel rischio percorrere questa strada, non trova?

«Come avrete potuto intendere l’operazione non era ispirata ad una redditività ma era piuttosto lo sfogo di una passione che coltivavo fin da quando andavo in vacanza dal nonno, anch’egli tenutario di un’azienda agricola, unita al mio amore per la storia e l’arte. Gli autoctoni rinascimentali sui quali non avevamo alcun disciplinare, né protocollo di allevamento erano una sfida davvero intrigante. Avrete capito che navigavamo a vista senza libri o documentazioni a cui riferirsi. L’unica testimonianza esistente era un dipinto seicentesco di Bartolomeo Bimbi che si trova presso il museo della Villa Medicea di Poggio a Caiano, segnalatomi da mio fratello Alfiero, grande esperto di arte antica toscana, il quale mi ha invitato a ricercare in esso il disegno di ciò che stavamo impiantando».

Come ha reagito il pubblico toscano?

«Grande è stata la sorpresa, ma soprattutto l’accoglienza, per questi sentori insoliti e sui quali si concentrava una curiosità soprattutto storica. In molti oggi cercano questi rari e pregiati vini un po’ per provare qualcosa di “nuovo” e particolare, un po’ per fare un salto in un magnifico passato tutto toscano, dove questi incredibili nettari erano i re di ricche e sfarzose tavole aristocratiche. Sì perché se è vero come è vero che gli autoctoni soccombettero alla fillossera prima del sangiovese, è altrettanto vero che la generosità del vitigno in sé è in grado di trasferire sentori assolutamente insoliti e originali nel contesto di un loro naturale equilibrio, frutto della nostra passione, ma soprattutto grazie al nostro terroir straordinariamente vocato, in grado di esaltare le caratteristiche intrinseche di queste uve, lasciando che si esprimano al massimo».

E quale è stato l’impatto degli utenti con vitigni come il Foglia Tonda o il Pugnitello?

«Foglia Tonda e Pugnitello, i primi vitigni autoctoni che noi, a nove anni dalla partenza abbiamo vinificato in purezza, sono connotati da un particolare ed unico equilibrio. Sostanzialmente sono giovanotti di 25 anni con la maturità e l’esperienza di un 45enne. Provare per credere! Sono vini che stanno stupendo per la loro eleganza e carattere, non sono ancora molto conosciuti e sorrido con soddisfazione quando posso osservare qualcuno che li assaggia per la prima volta. Dopo il primo sorso, il viso del degustatore assume puntualmente un’espressione piacevolmente sbalordita. Direi che sostanzialmente la risposta è molto entusiastica».

Ormai Piandaccoli è una realtà consolidata, ma quanto ha pagato, anche in termini economici, non puntare sui grandi classici dell’enologia toscana?

«Non ho mai pensato che questa attività intrapresa nel senso della continuità familiare con le nostre radici potesse rapidamente produrre dei risultati economici. L’impegno economico è consistente, sia in vigna che in cantina. Dico sempre che se si deve fare una cosa, la si deve fare bene, altrimenti non ne vale la pena. Inoltre il pensiero di coltivare tali rari e pregiati vitigni con metodi intensivi o industriali mi sembrava una vera e propria eresia.

E’ una sfida continua, ogni giorno facciamo un passo avanti e impariamo qualcosa di nuovo su questi vitigni, ma non sono mancati anche i momenti di difficoltà. In tal senso un grande aiuto ci giunge dall’esperta guida del nostro enologo Attilio Pagli. Nei 20 ettari di vigna ogni sforzo è profuso per ottenere il massimo della qualità possibile nel rispetto di una natura che è stata così generosa, il tutto a discapito dei numeri».

 Qual è lo stile di produzione?

«La conduzione è biologica (anche se non ancora certificata), l’approccio è biodinamico, concimiamo i nostri terreni con lo stallatico proveniente dalle nostre scuderie, manteniamo una biodiversità nella flora e nella fauna nella nostra tenuta riservando larghe zone a natura spontanea in cui trovano dimora uccelli ed insetti utili per un’impollinazione naturale e come antagonisti ai parassiti della vite. Abbattiamo i grappoli con la vendemmia verde e quella rosa al fine di ottenere una bassa resa, pochissimi grappoli ma di qualità superiore. Raccogliamo a mano solo i migliori e a questo punto entrano in gioco le più recenti e sofisticate tecnologie e tecniche di vinificazione, tutto per riuscire a mantenere l’altissima qualità ottenuta in vigna, riducendo al minimo l’addizione di solfiti ed altre sostanze. Credo che sarebbe stato più semplice e meno rischioso puntare esclusivamente sui classici toscani, ma questa linea non avrebbe soddisfatto la mia passione e la mia irrefrenabile curiosità. Pertanto è con soddisfazione che oggi, dopo tanti sforzi, devo prendere atto di punteggi altissimi dei nostri vini che si stanno progressivamente affermando nello scenario italiano e sui mercati mondiali, proprio per la loro originalità».

Quali i progetti per il futuro?

«Con una cantina che oggi ha un’attrezzatura a livello massimo dello stato dell’arte e un team di collaboratori di prima categoria e rango non ci sono al momento sfide che non mi senta in grado di affrontare. Adoro le sfide e mi piacciono le sperimentazioni. Di certo comunque continuerò con il perseguimento della missione che ho intrapreso, custodendo, diffondendo e facendo apprezzare in tutto il mondo i nostri grandi vitigni autoctoni toscani, giorno dopo giorno, sempre spinto dalla grande passione che mi ha animato fino ad oggi».

Stampa
Il più “fico” dei sapori: le antiche tradizioni cilentane a Casa di Delia
Capodanno ad Avellino: i cenoni tra tradizione e contaminazioni

Tags:

  • Mostra Commenti (0)

Your email address will not be published. Required fields are marked *

commento *

  • name *

  • email *

  • website *

Ti Potrebbe Interessare

Al via Taurasi Vendemmia, prima tappa: “lo pastiero”

“Taurasi Vendemmia”, due tappe dedicate alle eccellenze della Media Valle del Calore per un ...

Tenute Casoli: un viaggio nei vini, un viaggio nella storia

Un viaggio nella storia e nei vini d’Irpinia? Basta varcare il grande portone di ...

Fresco ed elegante: ecco il Grüner Veltliner di Domäne Wachau

Il cielo grigio che sta accompagnando i risvegli in Irpinia da ormai una settimana ...

Montefredane Divino: l’Irpinia nel segno del Fiano

Il Fiano di Avellino protagonista della kermesse Montefredane Divino. Dal 28 aprile fino al 24 ...

Nolurè, quando la passione diventa vino

Passione, determinazione e un profondo amore per la terra ed i suoi frutti. Sono ...