Tenute Casoli: un viaggio nei vini, un viaggio nella storia

Un viaggio nella storia e nei vini d’Irpinia? Basta varcare il grande portone di legno della Tenuta Casoli. Sembra di entrare in una dimensione parallela in cui il tempo ti passeggia a fianco mentre, placidamente, si lascia attraversare, e invece ti trovi in un palazzo signorile del ‘700 che sorge nel centro del piccolo borgo di Candida, in provincia di Avellino.

Esterno portoneAcquistato nel 2005, quando era poco più di un rudere, da quel visionario dell’ingegner Luigi Casoli, oggi è risorto, quasi a voler omaggiare la fenice che, risorta anch’essa dalle sue ceneri, è andata a decorare lo stemma all’ingresso.
«La struttura -ci spiega l’ingegnere- supera, complessivamente, i 1.500 metri quadrati. Da quando l’ho acquistata, il lavoro di recupero è stato continuo e rigoroso, ma oggi, malgrado ci sia ancora qualcosa da fare al piano superiore, i risultati sono evidenti».

Nel 2007, l’ingegner Casoli decide di affiancare all’amore per l’arte e per l’antiquariato, quello per il vino e dà vita, insieme ai figli Archimede e Antonella, all’azienda agricola. Un’azienda giovanissima, dunque, che grazie ai 13 ettari di proprietà e all’uva aglianico acquistata nell’areale di Taurasi, riesce a mettere sul mercato ogni anno circa 100mila bottiglie dei più prelibati vini irpini.

«I terreni di proprietà destinati al Greco di Tufo -ci dice- sono suddivisi tra i Comuni di Tufo, Santa Paolina e Montefusco. Quelli per il Fiano, invece, sono qui a Candida».

scalaLo abbiamo detto in premessa, entrare nella struttura significa tuffarsi nella storia, e così, appena dentro, si rimane folgorati dalla scala settecentesca posizionata al centro della sala e che, biforcandosi, porta al piano superiore. Immediatamente sulla destra, invece, una porta di legno conduce in quello che presto sarà un museo contadino.

«Siamo ancora in fase di allestimento, ma già sono disponibili strumenti risalenti all’800 e alla prima metà del ‘900 (tini, torchi, botti, un’antica deraspatrice e un incantevole granaio). Ritengo che i giovani debbano conoscere la storia contadina, che è poi la storia di queste terre, e le condizioni in cui vivevano, senza voler andare troppo indietro negli anni, i nostri padri e i nostri nonni».

deraspatriceDi fronte al museo contadino, dunque sul lato sinistro rispetto all’ingresso, una sala degustazione che fonde materiali moderni a pezzi d’antiquariato come il bellissimo mobile bar in stile deco o l’antico tappabottiglie.

Ce ne andiamo in giro per la struttura finché non raggiungiamo l’incantevole bottaia in cui riposa l’aglianico destinato a divenire Taurasi e Taurasi riserva.
Meravigliosa anche la cantina scavata nella roccia, che dà la sensazione di un piccolo mondo a sé, dove a regnare sono il silenzio, il buio ed uno strato di polvere che avvolge le bottiglie come un soffice velo.

cantinaL’ingegner Casoli, quindi, ci conduce verso la parte operativa dell’azienda, quella che dà sul lato posteriore dell’edificio, dove l’uva, dopo essere arrivata, grazie a costosissimi macchinari di ultima generazione, subisce tutti quei trattamenti che la trasformano nel nettare meraviglioso che oggi tutti conosciamo. Sempre lì, inoltre, riposano in grandi contenitori d’acciaio i vini bianchi di casa.
«Non è stato semplice organizzare i lavori -ci racconta- perché abbiamo dovuto tenere insieme le esigenze legate alla ristrutturazione di un edificio storico con quelle legate alla funzionalità e alla produttività di un’azienda agricola».

Non dubitiamo degli sforzi compiuti, ma i risultati sono davvero entusiasmanti.
Il primo piano, che ospiterà cucine professionali per il catering, sale per eventi e anche una casa vacanze, non lo visitiamo perché è ancora oggetto di lavori, ma strappiamo all’ingegnere la promessa di un invito non appena sarà tutto pronto.
Il tanto parlare, naturalmente, ci ha fatto venire sete, così decidiamo di tornare nella sala degustazioni per assaggiare qualcosa. L’ingegnere stappa un Greco di Tufo “Le crete” del 2014. Prima di berlo, però, incontriamo il giovane enologo dell’azienda, Luigi Picariello, passato casualmente da quelle parti. Gli chiediamo dell’ultima vendemmia e ci racconta della grande selezione fatta in vigna: «Le abbondanti piogge di settembre -ci spiega- ci hanno costretti a scartare tantissimi grappoli per tenere alto il livello qualitativo del vino, ma abbiamo fatto un buon lavoro: sono soddisfatto del risultato».

tavolo buonaLuigi si allontana e noi ci accomodiamo ad un tavolo e passiamo all’assaggio del Greco. Viene fuori un vino che, complici la giovane età e il freddo della cantina in cui ha riposato, al primo impatto mostra quella mineralità leggermente aggressiva che colpisce i neofiti ma entusiasma gli amanti del Greco. Il colore è giallo paglierino intenso con riflessi dorati e i profumi, in prima battuta lievissimi, si aprono col trascorrere dei minuti e fanno emergere chiare note floreali e sentori di frutta esotica.
Continuiamo a sorseggiare, accompagnando il vino con qualche tarallino, mentre prende il via una discussione sullo sviluppo, il turismo e la promozione del territorio. Tra una chiacchiera e l’altra giunge il tempo di chiudere la visita. Ci alziamo, ma prima di andare via stringiamo un patto con l’ingegner Casoli per cui saremo presenti alla prossima degustazione.

Esterno feniceUsciamo dal palazzo, accecati da un sole potente che, però, non riesce a riscaldare l’aria gelida, e ripensiamo all’esperienza appena vissuta. Ci dirigiamo verso la macchina lanciando un ultimo sguardo alla fenice che sorveglia il portone. Sembra quasi che voglia accompagnarci. O forse no, ci sta solo invitando a tornare.

 

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